Foto Dario Borruto
20/03/2026 - Nel centro antico di Lecce, sul fianco orientale di piazzetta Giorgio Baglivi, la Fondazione Biscozzi | Rimbaud apre la propria sede e museo in un edificio scelto dai collezionisti Luigi Biscozzi e Dominique Rimbaud per dare alloggio alla loro raccolta d’arte in terra salentina. Il progetto di recupero e riconversione dell'edificio è firmato da Arrigoni Architetti.
A pochi metri, separata da un passaggio stretto, la facciata dorata della chiesa di Santa Maria della Provvidenza – cantiere settecentesco guidato, tra gli altri, da Mauro Manieri e Pasquale Simone – diventa controcampo costante: un dialogo per contrasto tra la “spoglia” muratura della casa e la densità barocca del monumento.
L’immobile della Fondazione non nasce come dimora palaziale: pochi inserti in pietra scolpita e un semplice balcone su mensole ne segnano i volumi. La sua sintassi tipologica è quella, diffusa in Grecìa Salentina, della domus cum curte: qui una curticella chiusa sul fronte e un giardino sul fondo costruiscono un’alternanza di interno ed esterno che è già progetto.
Proprio questo carattere viene assunto da Arrigoni Architetti come matrice d’intervento: non un contenitore neutro, ma un organismo fatto di soglie, riserbo e aperture, intimità privata e relazione con lo spazio pubblico della piazza.
Il criterio dichiarato è “non tradire gli assetti del costrutto esistente”, integrando parti che nel tempo si sono aggregate sul primitivo impianto. Anche quando compaiono nuovi inserti volumetrici o riscritture dei fronti, l’intervento lavora per continuità: niente mimetismi né occultamenti, ma intrusioni discrete condotte «nella maniera nostra contemporanea», secondo un’idea di progetto come riscrittura e rigenerazione, capace di far emergere tratti già potenziali nella materia del luogo.
Piano terra: servizi, laboratori, sale temporanee e la corte come stanza all’aperto
Al piano terra si dispongono le funzioni di supporto: foyer con biglietteria-bookstore, due sale di biblioteca, spazio per attività laboratoriali e gioco, e tre sale per allestimenti temporanei. Queste affacciano sulla corte interna, dove un arancio amaro e un lungo sedile in pietra invitano alla sosta. In posizione appartata trovano posto servizi, depositi e l’accesso al quartiere del direttore, ricavato al primo livello come piccola insula di studiolo, camera e toilette.
La nuova scala: luce zenitale come elemento architettonico
Il nodo distributivo più delicato è l’inserimento di una nuova scala per connettere piano terra e piano nobile: in origine il collegamento era garantito solo da una scala esterna nel chiostro prospiciente la piazza. Il nuovo blocco scala-ascensore si colloca in un cavedio angusto, semi ostruito da superfetazioni, senza comportare tagli nei soffitti voltati. Un setto in pietra diventa perno delle tre rampe; arrestato a un metro dal pavimento, lascia che il vano goda di una luce zenitale continua fino alla hall di ingresso, trasformando la verticalità del percorso nel primo gesto museografico.
Piano nobile: dodici stanze per la collezione permanente
Il piano nobile è interamente dedicato alla collezione permanente. Dodici stanze costruiscono un percorso ad anello, evitando ripetizioni: ambienti diversi per foggia e dimensione vengono condotti a unità attraverso un medesimo trattamento delle superfici, pensato come “quinta” per accogliere le opere senza ostentazione. Le nuove pareti, più chiare dello sfondo, emergono da uno zoccolo in pietra e sono rifilate da cornici di metallo brunito, in un ruolo di mediazione tra immagini e involucro architettonico, come i fondali tessili delle gallerie d’arte seicentesche. Sottili tagli nelle murature permettono traguardi e concatenazioni inattese, fino allo scorcio finale che porta la facciata della chiesa “sul bordo della stanza” attraverso un’alta e stretta foratura.
Corti, terrazza e controllo della luce
Da una manica di raccordo si raggiunge una piccola corte pensile e, recuperando vecchi passaggi, la terrazza di copertura: un palco aperto su città e cielo, mantenuto nelle sue caratteristiche grazie al controllo del numero di visitatori (altezze delle balaustre, lastricato in chianche come calco degli estradossi delle volte, accidenti altimetrici).
Centrale, in tutto il progetto, è il controllo della luce: artificiale per opere e sculture, naturale per dare accento a porzioni specifiche e preservare la percezione della “motilità” dell’irraggiamento nel giorno e nelle stagioni.
Materie del Salento, un dettaglio “milanese”
Le scelte materiche richiamano la tradizione locale: intonaci restaurati in calce naturale e polvere di pietra, volumi recenti rivestiti in pietra leccese, pavimenti che alternano leccisu e legno di castagno non trattato, selciati esterni in opus incertum con pietra di Soleto.
Il ferro patinato torna come segno trasversale: perimetra pannellature espositive, protegge imbotti, sostiene sculture, definisce ringhiere e corrimani, “sigla” gli infissi.
Un inserto non locale – il ceppo di gré – richiama i legami della Fondazione con Milano. Arredi e servizi sono di fattura artigiana su disegno originale.
Con la Fondazione Biscozzi | Rimbaud, Arrigoni Architetti trasforma un edificio “non palaziato” in una macchina culturale fatta di corti, soglie e luce: un museo che non cancella le stratificazioni, ma le orchestra, lasciando che l’architettura diventi la prima, silenziosa, forma di accoglienza.
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