Padiglione Russo © Marco Cappelletti
09/03/2026 - Dopo quattro anni di silenzio, tra i viali alberati dei Giardini della Biennale di Venezia qualcosa torna a muoversi. Il Padiglione della Federazione Russa riaprirà infatti in occasione della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026.
La notizia è emersa il 3 marzo, quando il quotidiano russo Pravda ha anticipato la partecipazione di Mosca alla prossima Biennale. L’indiscrezione è stata poi confermata dalla rivista internazionale ARTnews, a cui ha scritto Mikhail Shvydkoy, ex ministro della Cultura russo e oggi rappresentante presidenziale per la cooperazione culturale internazionale.
Le sue parole, però, respingono l’idea di un vero “ritorno”. «La Russia non ha mai lasciato la Biennale di Venezia», ha dichiarato il diplomatico culturale, sostenendo che la semplice presenza del padiglione ai Giardini rappresenterebbe comunque la continuità della presenza culturale del Paese nello spazio veneziano.
Per comprendere la portata simbolica della riapertura bisogna tornare al 2022.
All’indomani dell’invasione dell’Ucraina, gli artisti invitati – Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva – insieme al curatore Raimundas Malašauskas, decisero di ritirarsi dalla manifestazione, definendo la partecipazione alla Biennale «politicamente ed emotivamente insopportabile». Da allora lo storico edificio progettato da Aleksey Shchusev nel 1914 era rimasto chiuso, trasformandosi in uno dei simboli più evidenti delle tensioni geopolitiche che attraversano il sistema dell’arte contemporanea.

Il post pubblicato nel 2022.
La chiusura non è stata però totale.
Nel 2024 Mosca aveva concesso temporaneamente il proprio spazio alla Bolivia, che lo utilizzò per presentare il progetto nazionale in occasione del bicentenario dello Stato plurinazionale. Un gesto letto da molti come un compromesso diplomatico: mantenere la presenza simbolica del padiglione senza esporre direttamente artisti russi.

Il post pubblicato nel 2022.
Per il 2026 il progetto annunciato porta un titolo evocativo: “The Tree is Rooted in the Sky”. Più che una mostra tradizionale, l’iniziativa dovrebbe assumere la forma di un programma performativo e musicale che coinvolgerà oltre cinquanta giovani musicisti, poeti e filosofi provenienti dalla Russia e da altri Paesi, tra cui Argentina, Brasile, Mali e Messico.
RUSSIA
The tree is rooted in the sky
Commissario: Anastasiia Karneeva;
Espositori: Lizaveta Anshina, Ekaterina Antonenko, Vera Bazilevskikh, Antonio Buonuario, Serafim Chaikin, DJ Diaki, Marco Dinelli, Timofey Dudarenko, Faina, Zhanna Gefling, Oleg Gudachev, Atosigado y Herrica, Sofya Ivanishkina, Jaijiu, JLZ, Tatiana Khalbaeva, Alexey Khovalyg, Daria Khrisanova, Nikita Korolev, Oksana Kuznetsova, Roman Malyavkin, Petr Musoev, Artem Nikolaev, Veronika Okuneva, Valerie Oleynik, Georgy Orlov-Davydovsky, Yaroslav Paradovsky, Bogdan Petrenko, Alexey Retinsky, Ekaterina Rostovtseva, Antonina Sergeeva, Mikhail Spasskii, Lukas Sukharev, Alexey Sysoev, Olga Talysheva, Ilya Tatakov, Alexey Tegin, Maria Vinogradova
Sede: Giardini
Secondo Švydkoj, uno dei temi centrali del progetto sarà l’idea che «la politica appartiene alla dimensione del tempo, mentre le culture comunicano nell’eternità». Un’affermazione che riassume bene la strategia narrativa con cui Mosca tenta di rientrare nel circuito delle grandi manifestazioni culturali internazionali.

Il post pubblicato nel 2022
Il ritorno del padiglione russo avviene in una Biennale che si annuncia particolarmente osservata anche sul piano geopolitico. Saranno 99 le partecipazioni nazionali, un numero che conferma la manifestazione veneziana come una sorta di “ONU dell’arte”, dove identità culturali, diplomazie e conflitti si riflettono inevitabilmente nei linguaggi dell’arte contemporanea.
Quando la Biennale aprirà al pubblico a maggio, il piccolo edificio ai Giardini tornerà dunque a riempirsi di suoni e voci. Ma più che un semplice ritorno alla normalità, la riapertura del Padiglione russo sembra destinata a riaccendere una domanda che attraversa il sistema dell’arte da anni: fino a che punto è possibile separare la cultura dalla politica?
|