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10/10/2016 - In tempi di migrazioni globali si parla sempre più dell’architettura effimera e del rifugio. Fino al 22 gennaio 2017 al MoMA la mostra “Insecurities: Tracing Displacement and Shelter” indaga proprio il modo in cui i mondi dell’architettura, dell’arte e del design affrontano la nozione contemporanea di abitare.
La retrospettiva nasce da un'idea di Sean Anderson e Arièle Dionne-Krosnick, curatori del dipartimento di architettura e design del museo newyorkese, e scaturisce da un dato numerico sconvolgente, offerto dalle Nazioni Unite: i profughi e i richiedenti asilo superano oggi i 65 milioni.
Gli stessi campi profughi, un tempo considerati temporanei, stanno diventando una condizione permanente dell'abitare. Sono luoghi da esaminare, dove diritti umani e processi di urbanizzazione sono strettamente legati.
Tra progetti e riflessioni di architetti, artisti e designer compaiono i rifugi modulari progettati dall’IKEA Foundation con la collaborazione dell’Agenzia Onu per i rifugiati. Ma anche i lavori di Teddy Cruz, architetto e urbanista con base a San Diego, che crea spettacolari installazioni sul tema della recinzione esplorando le dinamiche di conflitto al confine tra Stati Uniti e Messico.
Esposti anche i lavori di fotogiornalisti come Brendan Bannon, Henk Wildschut, Tobias Hutzler, fino a Tiffany Chung, artista vietnamita, che ha vissuto in prima persona gli esiti della guerra in Vietnam, che traduce in composizioni dalla vocazione grafica e pittorica mappe e dati statistici ricavati da fronti di guerra, come la Siria.
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