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CONVEGNO ARTE

Livia Carta, l'infinito è in noi
Mostra personale dell'artista
convegno  MANTOVA, , dal 19/03/2011 al 31/03/2011
Livia Carta è nata a Vicenza, ha frequentato l'Accademia di Belle Arti di Venezia sotto la guida del Maestro Bruno Saetti.

Presente nel panorama artistico nazionale e internazionale ha esposto in numerose fiere dell'Arte, a Parigi, Washigton, Barcellona, Uthec, Gent, Strasburgo, Nizza e con altri artisti a N.Y. e a Pechino.

Ha tenuto espoizioni presso gli Assessorati alla Cultura di Vicenza, Bassano, Montecchio, Milano. Le ultime personali, dal 2000, hanno avuto luogo a Vicenza, Spoleto, Mantova, Roma, Milano, Venezia.

È membro dell’Ateneo Veneto in Venezia.

Numerosi critici d'arte hanno presentato il suo lavoro.

Livia Carta a Mantova. “L’infinito è in noi”
Strade misteriose costituiscono il percorso di ogni artista: non è dato sapere l’ora dell’avvio, e mai quella del raggiungimento di un obiettivo che dura tutta la vita.

I sentieri percorsi da Livia Carta si leggono come in filigrana, nel susseguirsi delle mostre che scandiscono come un metronomo la  ricerca del proprio essere inserito nella realtà e nell’immaginario, in una tessitura di trame sottili che ne evidenziano la naturale capacità di rappresentazione concettuale.

Le tele, le grandi e piccole carte, sono i piani in cui il colore diventa scrittura, volo, vento, acqua, vortice di luce, terra arsa o immenso cielo. Livia dipinge le superfici in modo diretto, con il contatto tra materiali diversi, che si mescolano in un caos necessario all’azione del fare fino alla conclusione dell’opera. Solo dopo,  nella quiete del distacco, l’opera si rivela, appare nella sua veste apollinea e già fa presentire il naturale sviluppo in altre superfici, forme e  colori.

La gestualità nell’esecuzione di tanti suoi quadri rende necessaria la grande dimensione, nella quale  l’artista ha la possibilità  di esprimere l’intensità di segni e cromatismi, tutti controllati da una visione razionale che impedisce il superfluo.
I pigmenti, trattati con una gestualità ispirata, si aprono in campiture su cui precipita e s’avvolge la scia di spirali che s’inabissano e riemergono dal mare, dal cielo o dalle crepe di terre deserte. 

Queste opere di grande formato hanno bisogno di essere guardate con attenzione e in tempi diversi, perché in esse è difficile cogliere subito l’intero fluire verso il punto che è  l’elemento di partenza e di conclusione. Processo creativo in cui l’artista sente di dover avanzare e arrestarsi lì, e non oltre, per quella forza misteriosa, dionisiaca, che è lo spirito dell’arte.

Niente è casuale, c’è una costante elaborazione di pensiero che si srotola nel tempo, visibile nella vasta produzione fin dalle prime esperienze espositive  fuori dall’ambiente culturalmente stimolante dell’Accademia di Venezia, dove la presenza di grandi maestri ha costituito l’humus per una crescita solida, attenta alla continua trasformazione dei modi di sperimentare e vivere l’arte in modo personale.
E’ interessante vedere alcune opere degli anni ’60, ’70, ’80: una figurazione appena accennata, in forme che rimandano a Piero della Francesca, fa già presentire il volo verso altra espressività, dove i significati sono legati alle ellissi, ai turbini, ai vortici che conducono verso il buio o verso la luce. Elementi tuttora presenti in opere dipinte ad acquerello, dense di quei significati che attengono al principi dell’essere, dell’infinito che interrogano senza risposta, esprimendone la vertigine che è propria di ogni uomo.

L’accostamento a Pollock può sembrare utile per avere il riferimento sui modi di affrontare le grandi tele, ma è solo un segnale per identificare l’inizio di un processo creativo ed espressivo del tutto originale.

La stratificazione dei colori, spesso in una ricerca monocromatica che fa prevalere le terre naturali, oppure gli azzurri smaltati, mantiene un registro alto ed una tenuta che sconcerta per la forza e la leggerezza che dialogano e si armonizzano.  
Pittura concreta, affrontata con tutto il pensiero ed il corpo: la passione di chi non cede alle mode imposte dal mercato e ad un sistema culturale che globalizza e appiattisce le idee e i comportamenti.

 Pittura, parola forse già da molti considerata inattuale, non partecipe dell’universo delle conoscenze e dei saperi mescolati e spesso ridotti a “puro stupore”. Sembra che i colori, le tele, le carte e matite siano ormai diventati i mezzi e gli strumenti  di una esperienza artistica  da archiviare.

A tale proposito vale citare ciò che un critico ha scritto per Anselm Kiefer: “Controcorrente, Kiefer ha scelto una scrittura classica, se per classico s’intenda vincere la materia sulla forma, per fonderle in un unico”.

Classica è dunque la visione e la realizzazione dell’intera produzione di Livia Carta, perché di questa sintesi sono protagoniste le sue opere.
 Per meglio comprendere il grande “racconto dipinto” di Livia, è bene accennare alla sua spiritualità orientale, allo yoga, all’esercizio della meditazione e a quell’inizio che è suono, parola, immagine: ”OM“. Tra le opere presenti in questa esposizione c’è un olio su carta, un tracciato delle due lettere-suono, una trasposizione leggera e forte di ciò che può essere solo immaginato. Della parola scritta è permeata ogni superficie, come una corrente sotterranea che tutto comprende:  scelte e indicazioni che danno continua linfa all’ispirazione, come i pochi versi tratti dal “Tao della fisica” riportati nel catalogo delle personali del 2008 a Mantova e a Roma, dove l’immagine comprende il testo e il testo l’immagine: ”L’intero universo è impegnato in una incessante danza cosmica di energia”.

Anche nella scelta dei titoli delle opere sono dominanti le parole “energia, apparenza, silenzio, deserto, tensione, vuoto...”. Lei stessa scrive del fascino del deserto, che diventa spazio per una nuova comprensione di sé e del mondo, per poi arrivare all’acqua dove accogliere la vita di tutti gli organismi in un ascolto immemore.

Ascolto e “sguardo della mente” sono gli elementi basilari  di tutto il percorso creativo di Livia Carta, instancabile nell’azione ma anche consapevole del valore della quiete, indispensabile per raggiungere quel “vuoto” da cui poi ripartire per un nuovo poetico viaggio.
Un suo breve scritto è il sigillo che chiude il cerchio:

"L’uomo attinge allo spirituale attraverso le immagini del mondo materiale circostante,
per l’uomo religioso ogni viaggio concreto e all’apparenza profano
può diventare un viaggio liturgico".
Alessandra Pucci
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Contatti
ARIANNA SARTORI
ARTE & OBJECT DESIGN
Via Ippolito Nievo, 10 - 46100 MANTOVA
Tel e Fax: 0376 32.42.60 - info@sartoriarianna.191.it
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