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Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara
Selezionato il progetto di Arco, Scape, Gruber e Yantrasast
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01/02/2011 - Ha immaginato un parco urbano con cinque “edifici-libro” sulla cui pelle esterna sono inscritti i passi chiave della Torah e degli altri volumi sacri dell’Ebraismo, la cordata vincitrice del concorso per la progettazione del MEIS - Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara. A meritare il primo posto del contest è il gruppo composto dagli studi Arco (Bologna), Scape (Roma), Michael Gruber e Kulapat Yantrasast.
 
Promosso dalla Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici dell’Emilia Romagna d’intesa con il Comune di Ferrara e con la Fondazione Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara il contest ha visto la partecipazione di 52 progetti. I titoli di secondo e terzo classificato sono andati a Ove Arup & Partners International Limited, ed alla Politecnica Società Cooperativa.
 
Meritevole di un premio pari a 60mila euro, oltre che dell’incarico di progettazione esecutiva dell’opera, il team vincitore è stato lodato dalla commissione giudicatrice per aver pensato a un complesso “permeabile, rivolto alla città, flessibile e capace di forti contenuti simbolici”. La struttura, che occuperà una superficie pari  7.900 mq e vedrà la rifunzionalizzazione dell’ex casa circondariale di Ferrara, costerà 30 milioni di euro.
 
“Un Museo è un luogo della città. Questo MEIS è anche un luogo della Memoria, oltre che della presenza della Cultura ebraica in Italia, presenza che dura da secoli con mille eventi, frutti e vicissitudini. É luogo e simbolo contemporaneamente: parte della città, di un territorio storicamente partecipe, ma anche testimonianza della coscienza di radici culturali comuni, quindi anche Monumento riconosciuto da tutte le collettività.

Questo antico carcere, bello e imponente a suo modo, viene rovesciato nel suo significato profondo: da hiuso ferreamente ad aperto luminosamente. Si conserva, per molti motivi, il severo e solido edificio delle celle maschili, ricordo di sofferenze ma ora trasformato in fulcro di un nuovo destino. Come la storia dell’ebraismo italiano, fatta di sofferenze atroci, ma anche di un indistruttibile patrimonio di creatività, cultura, professionalità, musicalità, genialità; qualità tutte proiettate verso il Futuro. Un carcere diviene così un luogo del tutto aperto alla città in termini culturali, certo, ma anche fisici, urbani. Il MEIS è infatti concepito come un parco urbano, attraversabile dai cittadini per raggiungere il centro storico o le nuove aree urbane della Darsena e oltre.

La gente può così fermarsi per riposarsi su una panchina all’ombra o per entrare al bar, al ristorante, o per sfogliare libri o giornali nell’emeroteca e nella biblioteca, oppure per visitare un allestimento temporaneo o per ascoltare un concerto nell’auditorium. Come un diaframma permeabile, l’edificio deve essere capace di aprirsi e modificarsi per stringere relazioni con la città e il suo contesto civile, naturale, storico e fisico. Come è successo in altri casi, il Monumento viene adottato dalla città in cui viene collocato, per diventare segno di una riconoscibilità particolare, una sorta di nuovo Palazzo dei Diamanti. L’architettura proposta è aperta, il Museo è anche parco, limite, percorso, libro, piazza, strumento di comunicazione. Diviene un luogo da attraversare, scoprire, ricordare, usare, amare. I cinque edifici nuovi tendono a lievitare leggeri e luminosi nello spazio, ma sono come richiamati a terra dal solido, massiccio parallelepipedo di rossi mattoni delle celle: il vecchio e il nuovo, insieme, simboleggiano il passato e il futuro, un futuro senza più ignoranza e sospetti, fatto di amicizia, conoscenza e ricchezza comune.

I cinque nuovi corpi sono i contenitori dei temi e dei percorsi ma essi stessi comunicano il loro contenuto: passi salienti della Torah e degli altri libri dell’Ebraismo, riportati sulle pareti, vetrate e opache, diventano parete essi stessi, prospetti urbani e nello stesso tempo dispositivi per filtrare e regolare la luce negli spazi espositivi. Gli edifici-libro toccano terra in pochi punti e consentono anch’essi quella forte permeabilità voluta dal progetto. Il corpo C forma l’asse di collegamento, la spina dorsale di tutto il nuovo MEIS, ricordo di sofferenza, ma anche vivo percorso pulsante, dotato di nuove funzioni, librarie, didattiche, di servizio”.

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