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| La città divisa – L’Era Urbana |
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| Presentazione del film documentario di Marta Francocci |
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ROMA, , giovedì 3 luglio 2008
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Giovedì 3 luglio alle ore 19,00 alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo sarà presentato in anteprima il film documentario di Marta Francocci “La città divisa – L’Era Urbana.” Realizzato per RAI EDUCATIONAL in collaborazione con l’Ordine degli Architetti PPC di Roma e Provincia e dell’Agenzia Regionale per il Lavoro della Regione Sardegna.
La proiezione avverrà nell’ambito della serata di gala XXIII UIA World Congress of Architecture - TORINO 2008 TRANSMITTING ARCHITECTURE alla presenza del sindaco Sergio Chiamparino.
Il film di Marta Francocci si snoda su tre itinerari in territori cittadini border-line del mondo Occidentale. A far da guida alla regista tre importanti studiosi del fenomeno megalopoli: Mike Davis statunitense, teorico dello sviluppo urbano e socio-geografo di cui ricordiamo il profetico best seller, La città di quarzo; Marc Augé antropologo francese di fama mondiale, autore del citatissimo Non Luoghi; David Adjaye architetto britannico di origini africane, profondo conoscitore delle città del continente nero e specializzato nella riqualificazione di quartieri periferici.
Tre sono le tappe di questo video-itinerario dentro le contraddizioni dell’urbanesimo post moderno per capire fino a che punto l’architettura definisce la società. Si parte da Los Angeles, spiegata dal suo magistrale interprete Mike Davis, che racconta come la città manchi degli strumenti adeguati a gestire le conseguenze della sua condizione di terminal dell’immigrazione ispanica negli Usa. Ingolfata da flussi di migranti impiegati a basso costo che non riesce più ad assorbire, la metropoli degli Studios, stretta nella morsa delle misure di sicurezza, isolate le diverse componenti etniche e sociali, non forma più una comunità cittadina omogenea. L’occhio della cinepresa scandaglia la malfamata Skid Row, dove la disgregazione sociale si manifesta nelle sue contraddizioni più gravi. Su questa area industriale dismessa, una carrellata di immagini illustra la schizofrenia di un piano regolatore in cui a breve distanza da edifici d’autore come la Disney Hall di Frank Gehry e il Moka di Arata Isozaki, fatiscenti capannoni scheletriti danno rifugio a schiere di persone che hanno perso la casa, incapaci di reinserirsi: homeless, alcolizzati, ex carcerati drogati, malati nel corpo e nella mente che la regista ritrae, nel tentativo di dare con le riprese, l’immagine di cosa volesse dire Zygmunt Bauman quando parlava di scarti della contemporaneità.
Da questo punto di vista, il lavoro di Marta Francocci è una lucida testimonianza dell’ urbanistica colpevole, frutto di una pianificazione frammentata e basata su immediati interessi di pochi che hanno ricadute devastanti sulla collettività . E’ un j’accuse all’architettura spettacolare ed estemporanea, espressa da un linguaggio elitario con cui essa nega la sua funzione sociale, culturale e identitaria.
Nel secondo passaggio invece la troupe de “La Città Divisa” documenta i cambiamenti profondi attuati in alcuni settori del tessuto urbano di Londra. Un rinnovamento ottenuto grazie alla riscoperta del progetto come elemento primario dell’architettura. Mentre le immagini scorrono sugli interventi di riqualificazione del quartiere di Elephant &Castle, mega complesso di edilizia popolare degli anni Sessanta, David Adjaye, intervistato dall’autrice-regista spiega come la cultura europea abbia sempre saputo ridare nuova vita alle proprie città.
L’architetto afro - britannico autore di importanti Art Center, spazi polifunzionali per la cultura sorti nell’ambito di interventi di riqualificazione di aree storiche degradate, cita ad esempio Brick Lane o Whitechapel, un tempo luoghi tradizionali dell’immigrazione urbana e oggi centri della creatività e dell’arte londinese e accompagna lo spettatore nella visita a Tate Modern e al Millennium Bridge, elementi che uniscono le aree più povere della città alla City. Opere che danno il senso di un urbanistica pensata che si basa su una architettura tre volte valida: estetica per l’immagine, funzionale per i servizi, sociale per l’accesso garantito alla cittadinanza intera ai luoghi in cui la comunità si forma e prospera.
L’episodio conclusivo di questo viaggio al termine dell’architettura ci riporta in Italia a Cagliari, alla scoperta del rione Sant’Elia, sorto due secoli fa intorno all’antico Lazzaretto e rimasto sempre un corpo estraneo alla città. Afflitto da una sorta di karma del luogo, derivante probabilmente dalla prossimità con quel epicentro di dolore.
Sin da quando il vecchio borgo di pescatori divenne nel dopoguerra rifugio degli sfollati e poi, negli anni Settanta, quando fu cementificato per concentrarvi la fascia disagiata della popolazione, Sant’Elia ha subito un destino di paradossale esclusione in città, dalla città, come lo definisce l’antropologo Marc Augé.
Un lembo di terra stratificatosi nei secoli assurto agli onori della cronaca come centrale di narco traffico, una torre di babele in rovina ma che sembra avere una pelle viva che sente il taglio da inchiesta delle riprese di Marta Francocci e restituisce immagini mute, nel senso che raccontano una verità che non si può spiegare in alcun modo, perché è inammissibile.
Così è il sociologo urbano Giandomenico Amendola a rinvenire tracce dell’umana speranza che sia l’architettura lo strumento della riqualificazione morale del futuro e si realizzino un grande progetto per il quartiere firmato da Zaha Hadid, il museo Betile per l’arte contemporanea e nuragica e un piano urbanistico firmato dallo studio OMA di Rem Koolhaas.
Questo è un film on the road una perlustrazione sociale aldilà delle frontiere metropolitane, dove la città si spacca. Un viaggio oltre quel confine che la delimita, dove qualcuno ha costruito quartieri a rischio, prodotti di progetti urbani ispirati ad un malinteso senso di uguaglianza e di modernità che emergenza abitativa e speculazione hanno trasformato in colonie penali per liberi, circondate da terre di nessuno. Luoghi in cui l’emarginazione è regola di vita, qualificati con termini tecnici, si guadagnano un nome sulle piante solo quando l’anima popolare affibbia loro un toponimo sarcastico, per dare un’identità al posto in cui si vive e al tempo stesso negare la propria appartenenza ad un ambiente che schiaccia l’abitante e respinge chi viene da fuori.
Ma dentro questa storia “maledetta” c’è ne un’altra, affatto mediatica, per niente scontata, semplicemente e faticosamente umana, che parte dal degrado pianificato e provocato dall’eccessivo sperimentalismo, poi accentuato dalla mancanza di gestione e approda al riscatto civile che si consegue con le buone pratiche della revisione architettonica e della consultazione popolare e della centralità del progetto. |
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Addetto Stampa Ordine Architetti PPC di Roma e provincia
dr. Luca de Angelis 06.77591808 – 328.0659197
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