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‘L’architettura è un’arte corsara’. Renzo Piano a Cersaie ‘09
La sfida del costruire tra pragmatismo e poesia
Autore: roberta dragone
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‘L’ARCHITETTURA È UN’ARTE CORSARA’. RENZO PIANO A CERSAIE ‘09
02\10\2009 – “L’architettura è un’arte corsara, è un mestiere di invenzione e di avventura, non solo fisica ma anche dello spirito”. È questo il messaggio che Renzo Piano ha trasmesso ieri mattina ai numerosi partecipanti della Lectio Magistralis organizzata in occasione di Cersaie 2009 di Bologna.
 
Cosa significa “Fare architettura”? L’architetto genovese ha risposto al quesito ripercorrendo quasi cinquant’anni di carriera attraverso una serie di fotografie che ha ritenuto più significative per spiegare il senso fondamentale da attribuire all’architettura.
 
“Fare architettura – spiega Piano – vuol dire partire dal senso della necessità. Ma non è solo l’arte di costruire, è anche quella di celebrare, di rappresentare. Nell’architettura il mondo pragmatico del fare e quello immaginifico si confondono poiché la necessità si confronta con l’aspetto poetico, e cioè con il desiderio di esprimersi”. Perchè un edificio non risponde soltanto a criteri tecnici o tecnologici, ma celebra al tempo stesso aspirazioni e desideri. Di qui l’appello ironico che non ha avuto difficoltà nell’incontrare il consenso di un pubblico decisamente divertito: “Bisogna uscire dall’intorpidimento del priapismo mediatico, dall’ansia di prestazione. La forza dell’architettura è dettata dalla chiave poetica, oltre a quella scientifica”.
 
L’architettura è sfida dell’ingegno, dell’esplorazione. Per questo ai giovani aspiranti architetti Piano suggerisce di viaggiare, osservare, per prendere dal mondo. L’architettura è per lui arte; un’arte di frontiera, un’arte corsara perché c’è una rapina a viso scoperto, e quindi un’arte contaminata. È l’arte di chi accetta di correre rischi, di correre il mondo. Piano ha quindi invitato i partecipanti ad accompagnarlo nel viaggio attraverso questa corsa. E lo ha fatto illustrando le immagini di diverse opere realizzate nel corso degli anni. Ha mostrato soprattutto cantieri, proprio con l’obiettivo di far vedere non l’architettura, ma il fare architettura.
 
Il viaggio è iniziato con la foto di un cantiere del ’47, anno in cui Piano aveva appena 10 anni: “Sono cresciuto nei cantieri di mio padre che era un costruttore, e il miracolo di costruire ti rimane addosso”.
 
Ha quindi proseguito guidando il pubblico a Parigi per mostrare il Beaubourg -  il museo progettato insieme a Richard Rogers oggi considerato un pezzo stesso della collezione museale -  per poi volare verso l’aeroporto di Osaka: un cantiere durato 38 mesi durante i quali si sono verificati ben 36 terremoti.
 
Piano ha poi illustrato le scelte adottate per l’Auditorium a Roma, la Chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, e ancora l’edificio in Potsdamer Platz a Berlino – un “luogo di fantasmi”che descrive come “foglio bianco ma intriso di dolore”. Generose anche le descrizioni del Centro Tjibaou per la cultura Kanak a Noumea, della Morgan Library e della nuova sede del New York Times a New York, del Museo della Scienza a San Francisco e ancora del complesso multifunzionale Central St. Giles a Londra.
 
“Un bravo architetto – spiega – deve essere un antropologo, deve saper ascoltare. E l’arte dell’ascolto non è solo nei confronti delle persone, ma anche dei luoghi”. Per scoprire, per esempio, come certe geografie, e determinate topografie, o materiali preesistenti contengano già in germe caratteri architettonici ben definiti. 
 
L’architetto deve cercare il più possibile di utilizzare anche materiali in grado di rispettare gli equilibri ambientali. E tra questi Piano ritiene che la ceramica meriti una menzione in quanto un materiale ricco di suggestioni: “è antico, viene dalla terra e torna alla terra, ma soprattutto presenta caratteristiche quali la resistenza, la durata, le infinite possibilità cromatiche, la capacità di riflettere la luce, rendendola funzionalmente perfetta e straordinaria in diverse situazioni”. Tra gli esempi illustrati, la nuova sede del New York Times, nel quale sono state utilizzate elementi in ceramica bianca per utilizzare al meglio la luce e i raggi solari. E ancora il complesso multifunzionale Central St. Giles a Londra, dove la ceramica ha donato colori vivaci ad una città che l’immaginario comune definisce triste e grigia.
 
Per Piano costruire un edificio è “come attraversare il far west”: pericoli e situazioni impreviste sono sempre in agguato, ma il risultato finale è tanto più grande se oltre a costruire qualcosa di utile si può cambiare il mondo.
 
“Creare è un pò come guardare nel buio – conclude Piano citando Yourcenar – bisogna avere il coraggio di guardare nel buio senza scappare”.

  Scheda progetto: Auditorium - Parco della Musica - (Renzo Piano)
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  Scheda progetto: Morgan Library&Museum - (Renzo Piano)
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  Scheda progetto: Nuova sede del New York Times - (Renzo Piano)
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  Scheda progetto: Central St.Giles - (Renzo Piano)
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01/10/2009
Renzo Piano a Cersaie 2009 con 'Fare Architettura'
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Altri commenti per questa notizia
Renzo Marrucci
e non dalla realtà... La mia caro Renato parte dal presupposto che se un architetto oggi è antropologo, filosofo ecc.. ecc.. rimane antropologo, filosofo e non costruisce un bel niente ! E come fantasia nelle narrazioni di R. P. ai giovani studenti mi pare ve ne sia abbastanza... con tutto il rispetto super ovviamente! Preferisco G.lo de Carlo che più leale... diceva agli studenti e ai giovani architetti che è dura oggi fare l'achitetto e bisogna che impariate a infilarvi nelle crepe del sistema...
Renato
E' un' altra novella, quella dell' Architetto Silvio ed Imprenditore "..“Quando un imprenditore – spiega B........ – entra in un settore nuovo, tutti i protagonisti di quel settore e i soliti soloni lo guardano con diffidenza e molti ne sorridono. Quando entrai nell’edilizia e intorno alle case costruivo, asili, scuole, chiese, impianti sportivi, centri di ricreazione e mi preoccupavo della qualità della vita degli abitanti e dell’ambiente che li circonda, mettendo a dimora alberi a centinaia, i vecchi costruttori fecero questa previsione: ‘quello lì non può durare, poverino fallirà! Perché non capisce che così non si guadagna, che non si devono viziare così gli acquirenti‘. Quando entrai nella televisione tutti si misero a dire: ‘Ma come può uno che viene dall’edilizia darsi alla grande informazione pensando di reggere alla concorrenza della Mondadori, della Rizzoli, della Rusconi?’. E tutti si fecero delle gran risate. Quando sono entrato nel calcio mi successe la stessa cosa. ‘Il calcio è un mondo difficile – dissero – sono in tanti a partire, ma vince una squadra sola. Uno che non ha esperienza, per vincere deve aspettare almeno dieci anni’. In tutti e tre i casi non è andata come i vecchi del mestiere avevano pronosticato. Al contrario, entrando in settori legati a vecchie consuetudini, chi sa innovare, chi sa domandarsi perché si deve fare sempre nello stesso modo, può inventare nuove soluzioni e conseguire grandi risultati”. E' sempre lo stesso, la sua capacità di accendere speranze e di saperle trasformare in fatti concreti, il suo talento nel creare e motivare squadre vincenti, il suo entusiasmo contagioso, la sua attitudine a non adeguarsi ma a resistere e a ribellarsi, sono rimaste anche oggi le stesse di allora...."" Fonte:COSTRUIRE UN IMPERO Tra le vicende imprenditoriali dell’Italia del dopoguerra, ce n’è una davvero straordinaria che parte da Milano. Ecco la sua storia. Chissa quante cordate?
Renzo Marrucci
Un bravo architetto deve essere un antropologo, deve saper ascoltare e soprattutto essere figlio di un costruttore e soprat tutto di un ricco costruttore... altrimenti sono guai...al giorno d'oggi... Quando le parole si distaccano dalla realtà... vengono ascoltate come un oracolo per emularlo e riviverlo ma quanta sofferenza perchè quello che vivi non è un documentario purtroppo... è quello che vivi oggi e nulla di più e dove i concorsi e gli incarichi sono il frutto di belle cordate ma anche che di belle cordate...

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RPBW - Renzo Piano Building Workshop

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