Ph. © Lorenzo Palmieri
13/04/2026 - Mimmo Paladino torna a Milano con una grande installazione site-specific dedicata ai Dormienti: dal 16 maggio al 26 luglio 2026, la Sala Stirling di Palazzo Citterio accoglie, sotto la cura di Lorenzo Madaro, un progetto espositivo concepito ad hoc che segna il ritorno dell’artista in uno spazio pubblico milanese dopo la personale del 2011 a Palazzo Reale.
Promossa da La Grande Brera in collaborazione con l’Archivio Paladino, la mostra riunisce per la prima volta in questo contesto l’intera serie dei Dormienti – trentadue sculture in terracotta – insieme a un nucleo di opere su carta del 1973, in un dialogo serrato tra opera, architettura e memoria.
Il cuore dell’esposizione è affidato ai Dormienti, tra i cicli più iconici della ricerca di Mimmo Paladino: figure replicate da un’unica matrice e ogni volta ricombinate in relazione allo spazio che le accoglie. Nella dimensione ipogea della Sala Stirling, l’allestimento si dispiega come una partitura teatrale, una coreografia silente in cui i corpi, rannicchiati in posizione fetale, sembrano sospesi in una soglia ambigua tra sonno e veglia, tra abbandono e visione. L’esperienza si costruisce nello spazio e nel tempo del visitatore, invitato a muoversi liberamente in un ambiente che rinuncia alla contemplazione frontale per diventare paesaggio percorribile, luogo di attraversamenti, pause e risonanze.
A rafforzare questa dimensione immersiva contribuisce la traccia sonora di Brian Eno, composta in occasione della prima presentazione internazionale dei Dormienti alla Roundhouse di Londra nel 1999 e qui riproposta. Un elemento che ribadisce la vocazione interdisciplinare della pratica di Paladino e la sua attitudine a costruire ambienti in cui linguaggi diversi – scultura, suono, architettura – entrano in relazione.
Concepiti alla fine degli anni Novanta e presentati per la prima volta a Poggibonsi nel 1998, i Dormienti evocano, nella loro immobilità archetipica, memorie stratificate: dai calchi pompeiani, che fissano l’istante tragico dell’eruzione del 79 d.C., fino ai disegni di Henry Moore realizzati nei rifugi antiaerei britannici durante la Seconda guerra mondiale. In questi corpi, tuttavia, la tensione drammatica sembra sciogliersi in una dimensione più ambigua e contemplativa, dove il riposo si carica di una qualità visionaria, quasi onirica.
Il percorso si apre idealmente con una sorta di antefatto: una sala appartata, concepita come uno scrigno, che custodisce quindici grandi disegni inediti del 1973, finora conservati nello studio dell’artista a Paduli. Questo nucleo originario rivela la centralità del disegno nella formazione del linguaggio di Paladino e ne anticipa la tensione verso il mito come serbatoio iconografico e concettuale. È qui che, poco più che venticinquenne, l’artista avvia una ricerca autonoma rispetto alle correnti dominanti dell’epoca – dal minimalismo all’arte povera – individuando nel segno e nel colore una via personale e già riconoscibile.
Ad accompagnare la mostra, una monografia pubblicata da Metilene Edizioni (180 pagine), a cura di Lorenzo Madaro, che approfondisce il rapporto tra opera e spazio architettonico lungo l’intero arco della produzione di Paladino, dagli anni Settanta a oggi. Il volume raccoglie contributi, tra gli altri, di Angelo Crespi e Mauro Covacich, oltre a un ampio apparato iconografico e a una ricognizione critica e documentaria curata dall’Archivio Paladino.
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