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La fantascienza diventa realtà al Vitra Design Museum
Dal 24 settembre la mostra "Hello, Robot. Design between Human and Machine": oltre 200 installazioni multimediali dedicate al settore del digital, della casa e dei videogame, oltre alle icone dal mondo del cinema e della letteratura
Autore: antonella fraccalvieri
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Historic toy robots, 1956/1980 - Private collection, photo: Andreas Sütterlin Historic toy robots, 1956/1980 - Private collection, photo: Andreas Sütterlin
22/09/2022 - Sabato 24 settembre inaugura al Vitra Design Museum la mostra "Hello, Robot. Design between Human and Machine".  L'espozione torna al Campus dopo cinque anni in una versione aggiornata, dopo il grande successo ottenuto nel tour mondiale iniziato nel 2017.
 
La mostra “Hello, Robot. Design between Human and Machine” verrà integrata con i nuovi sviluppi che hanno segnato il campo della robotica negli ultimi anni, con più di 200 esposizioni provenienti dal settore del digitale e dalla casa, oltre a videogame, installazioni multimediali ed esempi dal mondo del cinema e della letteratura, come il famoso robot R2-D2 di Star Wars.
 
La mostra allarga gli orizzonti sulle questioni etiche, sociali e politiche che sorgono man mano che l’ambiente si robotizza sempre più: gli ultimi anni hanno dimostrato fino a che punto il discorso politico, ad esempio nelle elezioni pubbliche o nei dibattiti sulla diversità o sul cambiamento climatico, può essere plasmato da algoritmi e dall’intelligenza artificiale, con tutti i rischi del caso. 

I robot sono qui: quello che un tempo sembrava fantascienza o teoria della congiura è diventato ormai da molto tempo un tratto banale della vita quotidiana. Automobili, lavatrici, bancomat, droni, treni senza macchinista a bordo tra i terminal aeroportuali, assistenti digitali che affrontano le preoccupazioni dei clienti: oggi tutto questo e molto altro è almeno in parte automatizzato. La definizione di robot è più semplice di quanto si possa pensare: un dispositivo che raccoglie dati, un software che li interpreta e, infine, un dispositivo che genera una reazione di conseguenza. Il risultato può essere un punto di luce sullo schermo, ma anche calore, suono o movimento. Gli algoritmi di apprendimento automatico, i cosiddetti bot, equivalgono ai robot, così come gli oggetti utilizzati per la comunicazione di tutti i giorni: l’Internet delle cose, dunque. In parole povere, tutto quello che è intelligente, «smart», è considerato robot. Questo, inoltre, non vale più solo per i singoli oggetti ma, in ultima analisi, per tutto il nostro ambiente, sempre più teso all’autoapprendimento e all’autonomia.
 
Il design costituisce l’interfaccia tra gli esseri umani e l’ambiente robotico, il che va ben oltre la semplice progettazione di forme e funzioni. Anzi, la mostra «Hello, Robot.» esamina il modo in cui il design forgia l’interazione e la relazione tra persone e macchine, ma anche tra i singoli individui, nel bene o nel male. Nel mentre, dobbiamo porci tutta una serie di domande, partendo innanzitutto da come vogliamo porci di fronte alle nuove tecnologie, come individui e come società.
 
Spostandosi all’interno della mostra, i visitatori incontrano 14 quesiti, che affrontano il tema dei robot in quattro fasi. Vertono tutti sui vari aspetti del dibattito controverso sui robot. Solo a prima vista, si può rispondere facilmente con un sì o un no.
 
La prima parte dell’esposizione affronta il vecchio entusiasmo modernista per gli esseri umani artificiali e il modo in cui la cultura popolare ha plasmato la nostra comprensione dei robot. Qui incontriamo non solo i mitici robot del mondo del cinema e della letteratura, come R2-D2, l’adorabile droide astromeccanico di Star Wars, ma anche il vero e proprio robot a quattro zampe Spot di Boston Dynamics. Questo cane robot presta assistenza nei test missilistici e nei siti di scavo a Pompei e, più di recente, è diventato famoso, in modo alquanto discutibile, con un video che lo mostra in una Shanghai deserta: con un megafono fissato alla schiena, esorta le persone a rispettare le severe misure di contenimento del Covid.
 
La seconda sezione della mostra è dedicata al settore in cui la robotica ha registrato una vera e propria svolta: l’industria e il mondo del lavoro. Se i robot vengono dipinti ripetutamente come una minaccia per i lavoratori di oggi, «Hello, Robot.» fa luce sul dibattito in corso sul tema da prospettive molto diverse. Lo spettro delle esposizioni spazia dal classico robot industriale a un’installazione del gruppo RobotLab, in cui un robot produce manifesti in modo continuativo, mettendo così in discussione i confini tra la creatività umana e l’automazione del lavoro. Un esempio è Motorola Symbol (2009), un cosiddetto terminale indossabile, già utilizzato nei grandi centri logistici. L’obiettivo consiste nel rendere i processi di lavoro più efficienti: gli ordini vengono visualizzati direttamente sullo schermo e lo scanner indossato sul dito ne registra il completamento. Grazie a tale fusione di uomo e macchina, le prestazioni della forza lavoro vengono monitorate in tempo reale. Questo sviluppo controverso, oggetto di dibattiti infuocati, compare di continuo in titoli negativi sui giornali.
 
La terza parte della mostra illustra come stiamo sviluppando un rapporto personale più stretto con la nuova tecnologia, come «amico e aiutante» nella vita quotidiana, per le faccende domestiche, nelle strutture assistenziali, come compagno digitale o persino per il sesso virtuale. È particolarmente emozionante osservare come non solo il rapporto tra l’uomo e la macchina stia cambiando, ma anche l’interazione tra le persone. Un esempio riportato nella mostra è un arazzo dell’artista francese Éva Ostrowska. La sua opera rappresenta un’interpretazione umoristica e sovversiva del modo in cui le donne possono proteggere la propria privacy nell’epoca delle app di incontri.
 
L’impatto della tecnologia, in particolare dei social media, sulle relazioni umane è anche il tema di «The Intersection», un’opera video dello studio di design britannico Superflux. Il film è ambientato nell’immediato futuro e mostra ciò che già oggi vediamo in forma rudimentale: la disintegrazione del tessuto sociale. The Intersection, cui il film deve il nome, è un movimento sociale che riunisce le persone, non nonostante le loro differenze, ma proprio in virtù di esse. Parlano tra loro, si prendono cura reciprocamente e, in tal modo, utilizzano la tecnologia al servizio degli altri e non solo come mercato dei dati, come avviene oggi.
 
La quarta e ultima parte verte sulla fusione crescente dell’uomo con la robotica, ad esempio quando viviamo in un «edificio che impara» o ci spostiamo in una cosiddetta «città intelligente». La tecnologia ci plasma e noi, a nostra volta, plasmiamo il nostro ambiente tecnologico robotico. Per la sua video installazione «Google Maps Hacks», l’artista mediatico di Berlino Simon Weckert ha creato un ingorgo di traffico artificiale in Google Maps, portando un carrello pieno di smartphone in diverse strade vuote. Il servizio cartografico online registra un aumento del traffico e degli incidenti attraverso il crowdsourcing: i dati sulla posizione di tutti gli utenti di Google in loco vengono elaborati immediatamente e le strade, le piazze e i vicoli affollati sono contrassegnati in arancione o rosso sulla mappa. In tal modo, Weckert chiarisce che viviamo già in un mondo automatizzato.
 
L’Eggshell Pavilion di Gramazio Kohler Research, Politecnico federale di Zurigo (ETH Zürich), sarà esposto all’esterno del museo per completare la mostra. Il laboratorio di ricerca esamina lo sviluppo e gli effetti dei metodi digitali di produzione sull’architettura, mentre il padiglione di fronte al Vitra Design Museum utilizza la cosiddetta tecnologia di produzione «a guscio d’uovo». L’involucro per la colata di calcestruzzo proviene dalla stampante 3D e, una volta indurito, si stacca come un guscio d’uovo. In tal modo è possibile realizzare non solo forme insolite, ma anche un risparmio di materiale fino al 50%.
 
L’esposizione mostra l’ambivalenza che ha caratterizzato la diffusione della robotica per molti decenni. Fin dall’inizio, il dibattito sull’intelligenza artificiale ha oscillato tra visioni utopiche e distopiche, tra la speranza di un mondo migliore, tecnologicamente avanzato, e la paura della privazione del potere. In questo contesto, ancora una volta, ci troviamo di fronte alla questione della responsabilità del progettista.


First screened in the movie Star Wars. Episode IV - A New Hope (1977) - TM 2017 Lucasfilm Ltd


Boston Dynamics, Spot, 2019 - Photo: Courtesy Boston Dynamics


robotlab (ZKM), »manifest«, 2008 - credit robotlab


Éva Ostrowska I have been sending him a picture of the loading sign instead and he still hasn't realized, 2021 Wool tapestry - credit Éva Ostrowska


Film: Superflux, The Intersection, 2021 - credit: Superflux 2021


Simon Weckert - Google Maps Hacks, 2020 Video installation - credit: Simon Weckert


Stephan Bogner, Philipp Schmitt and Jonas Voigt, »Raising Robotic Natives«, 2016 - credit Jonas Voigt


Tatsuya Matsui, »Patin«, 2014 home robot - credit: Flower Robotics, Inc


Gina Leon and Zos Lee for AKA, »Mu-sio K« - AKA, LLC


Bridge, Amsterdam, 2021 - 3D printed, stainless steel pedestrian bridge - credit: Anita Star / Joris Laarman Lab

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