All’angolo tra la Südtiroler Platz e il Lendkai, la nuova Kunsthaus di Graz; gli architetti Peter Cook e Colin Fournier, vincitori del concorso conclusosi nell’aprile del 2000, hanno interpretato in questo modo tale organismo.
Suggestioni?
Provocazioni?
Arte?
Anche Architettura?...
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Flavio Casgnola
mercoledì 4 giugno 2008 alle ore 20:48| commenti: 9 |
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Elena Fedi
mercoledì 4 giugno 2008 alle ore 22:43
Terribile ....queste escrescenze ,,,ma come si fa a chiamarla arte ?
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fabrizio gambetta
mercoledì 4 giugno 2008 alle ore 23:01
Sembra l'opera di un cardiochirurgo.....una specie di cuore con le arterie recise......
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ugo michelassi
giovedì 5 giugno 2008 alle ore 16:46
Questa non e' architettura ,tanto meno arte.....e' solo una mostruosa opera di persone indefinibili.
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stefania leone
giovedì 5 giugno 2008 alle ore 21:15
L'arte e l'architettura se le sono giocate!...anzi HANNO GIOCATO..hanno messo in scena una insolita CREATURA che si infila tra le case in maniera prepotente!....
..l'importante è sorprendere!
ciao a tutti
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Hector Jacinto Cavone Felicioni
mercoledì 2 luglio 2008 alle ore 13:19
Poteri e regimi hanno sempre segnato il modo di costruire oggetti, edifici e città. Le ultime tracce del come una concezione del potere guidi la mano di un architetto, sono del Novecento: comunismo, nazismo e fascismo.
La democrazia è inadatta a lasciare segni duraturi nel cemento, anche se i buoni governi incoraggiano la buona architettura e i governi inclini all’illegalità e alla prepotenza devastano il mercato e lo rendono incline alle peggiori avventure.
L’economia reale guida il processo di urbanizzazione del territorio attraverso strategie individuali, senza che la pubblica amministrazione, ai diversi livelli, sia capace, parafrasando Bernard de Mandeville, di tradurre i “vizi privati” in “pubbliche virtù”.
Vi sono anche nella nostra città ampie zone invase dall’istinto, dal compromesso, dall’ibrido, dall’impegno di “restare al centro” un tentativo tanto perseguito in politica quanto in ogni altro campo, ritenendo le posizioni intermedie più convenienti delle scelte nette.
Coloro che nei futuri millenni saranno incaricati di decifrare le nostre rovine e si misureranno nel tentativo archeologico di dare un segno, partendo da ciò che resta a ciò che è stato, dovranno misurarsi con una speciale difficoltà.
Immaginiamoli fra noi ad esaminare scavi, fondamenta, tracce di opere pubbliche secondo un piano che un gran cartello a colori c’illustra. Essi resteranno, come noi, disorientati dal non senso di quegli annunci, dalla separazione fra il progetto e la realtà.
Non c’è mai un limite a nulla.
Il concetto di limite in architettura, e non solo, è molto importante. Contrariamente a molti, architetti e amministratori che a loro si sostituiscono sempre più spesso, che pensano ad una progettazione di oggetti collocabili ovunque, credo che l’attacco a terra, il fondarsi in un luogo, sia un elemento di estrema importanza. Esso non è solo sovrapposizione al paesaggio ma rapporto con esso, e deve essere risolto in senso progettuale.
C’è bisogno di contrapporre alle proprie preferenze, spesso effimere, una razionale motivazione delle scelte:
quindi il rigore e la precisione del comportamento di fronte ai problemi del progetto.
Bisogna guardare alla città come luogo deputato per ritrovare la propria identità e le proprie radici, evitando “smarrimenti” dietro operazioni di “moda” o peggio speculative.
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hector jacinto cavone felicioni
mercoledì 9 luglio 2008 alle ore 11:14
Caro Flavio, rispolverando un vecchio libro, all'interno, ho trovato un appunto su una pagina strappata da un mio vecchio quaderno a me caro e che ancora conservo (correva l'anno 1981 ).
Karl Marx ha scritto che la differenza fondamentale tra l’ape migliore di tutte le api e l’architetto peggiore di tutti gli architetti stanno nel fatto che questo ultimo prima costruisce nella sua immaginazione la struttura che poi realizzerà.
Spero di farti cosa gradita.
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Flavio Casgnola
venerdì 11 luglio 2008 alle ore 12:56
Per Hector,
Carissimo, la citazione è molto suggestiva, tuttavia ritengo che, visto l'Autore, non valga solo per gli architetti...ma, a volte, anche per i Grandi Pensatori !
E poi chissà se davvero la migliore di tutte le api non costruisce prima nella sua immaginazione la struttura che poi realizzerà...
Con simpatia.
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Massimo Corradi
venerdì 11 luglio 2008 alle ore 13:32
Credo non ci siano limiti all'architettura dell'effimero e dell'insulso. Peter Cook e Colin Fournier ne hanno dato ulteriore dimostrazione.L'architettura è veramente morta, seppellita da questi 'blobs', oggetti mortali per un'arte millenaria. Chissa Cimone, Callicrate e Ictino cosa ne penserebbero?
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Ivan Gebbia
lunedì 8 settembre 2008 alle ore 17:31
Il concetto del bello é sicuramente soggettivo. L'esempio di Peter Cook e Colin Fournier costituisce probabilmente una provocazione stilistica, a mio modesto avviso eccessivamente invadente. Di certo il tema dell'inserimento di una architettura contemporanea all'interno di un contesto fortemente storicizzato, é molto difficile e si presta a facili critiche, pur tuttavia la realizzazione la giudicherei coraggiosa e azzardata, ma al contempo irriverente e oltraggiosa. Difatti, sebbene l'andamento plastico delle forme e i materiali tecnologici utilizzati, tendono a escludere il manufatto dal suo contesto (il che potrebbe ammettersi come scelta e obiettivo progettuali), al tempo stesso lo opprimono quasi a volerlo "assoggettare", in maniera da acclamarsi ad una assurta superiorità (il che é di certo inaccettabile e disdicevole). Le prospicienze superiori, seppur possa sembrare contraddittorio a quanto detto in premessa, mi sembrano "oggettivamente" sgradevoli e antiestetiche.
In estrema sintesi, a modesto parere dello scrivente, il manufatto in esame se fosse privo di quelle escrescenze e meno ridondante nelle forme, si sarebbe verosimilmente prestato a minori critiche, e magari a qualche elogio.