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martedì 22 settembre 2009

La direzione lavori è un fatto creativo?

dal blog il blog di Massimo Battaglio, di massimo battaglio

studio per quinte da posare su un palco per conferenze

Metto qui alcune pagine estratte da giornali di cantiere relativi a lavori che ho diretto, perché mi interesserebbe approfondire il dibattito appena aperto da Elena ed altri sul tema: "la direzione lavori è o no lavoro creativo?"
Secondo me, se non la si confonde con un fatto di contabilità, normative e raccomandazioni del tipo "si metta il caschetto" lo è.
Non perché ci consenta di "imparare dalle maestranze", dalle quali, oggi, purtroppo, salvo eccezioni, c'è sempre meno da imparare.
E nemmo perchè ci permette di riempire le mancanze del progetto - che non possono quasi mai essere recuperate - ma perché sono convinto che alcuni dettagli non possano che essere risolti proprio in fase di cantiere: quando si conosce l'esatta misura di un profilato; quando si può analizzare in profondità un oggetto recuperabile; quando si coglie la reale luminosità degli ambienti...
E non credo che questo sia "navigare a vista": gli spazi di creatività da riservare alla fase di cantiere vanno previsti, lucidamente programmati, ma non possono essere anticipati alla fase di progetto.


esatta posizione di un gocciolatoio
gradino
dettagli murari
veletta illuminata
studio di libreria con recpero di chiambrana di vecchia porta
variante ad un controsoffitto

postato da massimo battaglio martedì 22 settembre 2009 alle ore 10:23    | commenti: 32 | Bookmark and Share



 Commenti:
postato da francesco amadori martedì 22 settembre 2009 alle ore 10:53

Concordo, soprattutto se il progetto riguarda interventi di ristrutturazione, in questi casi molte decisioni vengono prese in cantiere a lavori iniziati, può anche capitare che la scoperta di particolari situazioni impreviste ed imprevedibili portino a rivedere in modo anche sostanziale il progetto.
Non escludo che anche per progetti di nuove costruzioni possano intervenire modifiche in fase di cantiere.
A me capita talvolta , già in fase di progettazione di lasciare aperte ipotesi diverse di soluzione di alcuni problemi.
Non dimentichiamoci che gran parte del patrimonio storico della nostra architettura è stato progettato in cantiere, ovvero senza un progetto con rappresentazioni grafiche precedenti la realizzazione.
Un pò come i poemi epici tramandati oralmente.
In ogni caso non escludo nemmeno, nei nostri tempi, la possibilità di separare completamente la progettazione dalla dl, le conoscenze trasmesse dai dettagli di progetto consentono che ciò avvenga senza alcuna sovrapposizione del direttore dei lavori rispetto al progettista.
Ho un amico architetto tedesco che, poco dopo la caduta del muro di Berlino, progettava a Stoccarda per opere da eseguire a Dresda, senza che ci fosse od avvertisse la necessità di fare sopralluoghi di cantiere, talmente era dettagliato il progetto, non lasciando nulla al caso od alla discrezione.
Tornando alla storia è interessante esaminare i diversissimi comportamenti del Brunelleschi e dell'Alberti, il primo uomo di cantiere, il secondo addirittura disinteressato al punto di lasciare ad altri questo compito.
Il Brunelleschi in particolare nella vicenda della cupola occultava ad arte la propria precisa rappresentazione dell'opera per rendersi insostituibile .
Francesco.

postato da francesco amadori martedì 22 settembre 2009 alle ore 11:05

Aggiungo che io stesso ho fatto un progetto per un intervento reisidenziale a Dresda che è stato realizzato con una tale corrispondenza al progetto che forse nemmeno la mia presenza in cantiere avrebbe garantito una tale fedeltà.
Ho visto la lottizzazione realizzata ed ho provato un'indicibile stupore per la ragione sopraddetta, ciò a proposito di cultura del costruire.
Non c'era una virgola in più od in meno e si trattava della realizzazione di 36 ville.
Una situazione indimenticabile e per me mai ripresentatasi.
Francesco

postato da massimo battaglio martedì 22 settembre 2009 alle ore 11:07

Invece io sono convinto che, per fare della buona architettura e non solo dei buoni progetti, alcuni aspetti debbano proprio essere demandate al direttore dei lavori.
Per esempio: con tutti i rendering che si possono fare, con le luci controllate, i lumen calcolati e tutto il resto, non riusciremo mai a riprodurre perfettamente le condizioni luminose di un edificio, che sono influenzate innanzitutto dall'intensità luminosa e dal colore del cielo, e da quello delle parti in materiale naturale presenti nell'ambiente (legno, pietra, piante...). E' quindi molto meglio rimandare le decisioni cromatiche definitive a quando si potranno confrontare campioni in loco.
Questo non significa limitare la creatività del progettista: è un fatto progettuale anche la frase: "colori a scelta della direzione lavori". Si tratta semplicemente di riconoscere che anche il direttore dei lavori, come tutte le figure che intervengono nella genesi dell'edificio, hanno alcuni compiti creativi.
Quanto alla "fedeltà" al progetto, più che una questione di obbedienza, è un fatto di interpretazione.

postato da francesco amadori martedì 22 settembre 2009 alle ore 11:18

Capisco, concordo, ma sono anche più possibilista od aperto anche ad ipotesi diverse od opposte.
Voglio sottolineare che diversi approcci alla progettazione, profondamente legati alla cultura del progettista, possono comportare diversi od opposti rapporti fra progetto ed esecuzione e quindi fra le figure del progettista e del direttore dei lavori.
Se devo dire la mia, sono più propenso alla tua interpretazione ed in genere mi comporto nel modo da te descritto, ma non escludo la validità di comportamenti opposti o diversi, che ripeto trovano la loro giustificazione in un diverso approccio e cultura del progetto.
Francesco

postato da francesco amadori martedì 22 settembre 2009 alle ore 11:29

La fedeltà non è solo una questione di obbedienza od interpretazione è soprattutto una questione di rispetto e stima della figura del progettista, quella che manca soprattutto nel nostro paese.
Ognuno si improvvisa politico, medico, insegnante, architetto e via dicendo è un vizio inestirpabile.
La mia esperienza in germania è soprattutto una esperienza di civile rispetto.

postato da Antonio La Malfa martedì 22 settembre 2009 alle ore 16:01

Se si conosce Scarpa, la sua vita e le sue opere, allora non si avranno più dubbi circa la creatività della direzione dei lavori.
Se poi il progetto è un capolavoro ancora meglio. Amadori non sbaglia quando dice che è maggiore l'ambito di decisione di un D.L. quando si tratta di un restauro o di una ristrutturazione.

postato da massimo battaglio martedì 22 settembre 2009 alle ore 16:09

La Malfa, ne sei sicuro?
Non ho molta esperienza di costruzioni nuove, iniziate dalle fondamenta, ma mi sembra di ricordare di aver preso parecchie decisioni durante i lavori anche in quei casi. E d'altra parte, il progetto di restauro, come lo si intende oggi, non ha più nulla a che vedere con quel vago copione che si stendeva fino a qualche anno fa.
Dovrei riprendere tutti i miei diari di cantiere, e fare un'analisi comparativa un po' seria.

postato da Antonio La Malfa martedì 22 settembre 2009 alle ore 16:18

Se in un progetto ex novo bisogna prendere decisioni diverse da quelle contemplate nel progetto, allora il progetto vale poco e non è stato indagato fino in fondo. Ci si è solo innamorati dell'aspetto formale.
Nalla chiesa di Piano a San Giovanni Rotondo la precisione di posa dei consi era al millimetro e non mi pare ci sia stato spazio per soluzioni espemporanee.

postato da massimo battaglio martedì 22 settembre 2009 alle ore 16:43

Momento! Io non parlavo di posa dei conci o di altri dettagli perfettamente prevedibili in fase di progetto.
Rimandare al cantiere il calcolo dei conci, la definizione precisa dei materiali, o addirittura la stesura dell'abaco dei serramenti o quant'altro, non è una "gentile concessione" del progettista al direttore dei lavori. Un progettista che lavora così è uno scansafatiche di cui mi permetterei anche di giudicare la capacità tecnica.
Parlavo di altre questioni, che ora non ripeto per non invadere il blog.
Invece mi sono capitate alcune piccole esperienze di nuove costruzioni residenziali, che sarebbero state vendute in fase di cantiere. In quei casi, sapevo benissimo che gli acquirenti avrebbero richiesto varianti o "personalizzazioni" ai loro appartamenti in fase di cantiere. Quindi studiai una pianta tipo molto flessibile, che poi adattai di volta in volta potendo conoscere le esigenze di ogni singolo abitante.
Formalmente, la cosa si tradusse in alcune DIA in corso d'opera. Ma non mi interessa se ho "fatto la DIA" o la FIAT o la BMW: nella sostanza, ho rinviato alcune importanti decisioni alla fase di cantiere.

postato da Antonio La Malfa martedì 22 settembre 2009 alle ore 17:48

ahh ok, minchiatelle. Opere interne.
postato da Elena Fedi martedì 22 settembre 2009 alle ore 18:14

Personalmente ,raramente,almeno negli ultimi vent'anni ho fatto progetti disgiunti dalla successiva Direzione del lavori ; in alcuni casi di maggior complessità mi sono fatta affiancare da un ingegnere strutturista ,ma giusto per dividere un pò le responsabilità ... Nei casi più normali ,ho assolto spesso i vari ruoli : progettista,DD.LL. e pure coordinatore per la sicurezza . Il Committente privato non vuole di norma dover preoccuparsi di assumere ( e pagare ) più tecnici . Nei lavori pubblici ,invece, spesso lavoro in ATP e faccio la mia parte sia come Progettista che come componente dell'Ufficio di DD.LL. .
Nel caso ( del 90 % dei miei lavori ) di ristrutturazioni di edifici esistenti ,credo che,per quanto attento sia il progetto , le " sorprese " che si trovano ,una volta iniziati i lavori ,siano sempre diverse . Ciò costringe spesso ad adeguare il progetto e questa operazione è sicuramente più semplice se Progettista e DD.LL. sono la stessa persona ( o componenti dello stesso studio ) .
E certamente ,in tal caso, i successivi disegni esecutivi ,i nuovi particolari costruttivi ,necessari alle eventuali modifiche o adattamenti , sono molto spesso preceduti da schizzi come quelli che Massimo ha pubblicato ,tracciati direttamente in cantiere per concordarli e spiegarli alle maestranze . E lì c'è la creatività ,come l'abilità di trovare la soluzione al momento .

postato da antonio martedì 22 settembre 2009 alle ore 18:20

non mi piace la supponenza con cui la malfa disprezza le opere interne. niente è una minchiatella, come dovresti ben sapere se apprezzi scarpa.

e poi rilevo ancora una volta una atteggiamento assolutista da parte dello stesso la malfa: aristotele diceva così (forse) e allora deve essere così.
in questo caso "piano in quel cantiere ha fatto così e allora deve essere così per tutti in tutti i cantieri". non c'è spazio per altre culture progettuali diverse dalla tua e da quella del mio illustre concittadino?

postato da Fabio Cinesu martedì 22 settembre 2009 alle ore 18:24

Grazie per i suggerimenti, sotto forma di discussione. Molto utile, per uno come me che non ha ancora fatto una direzione lavori.
Saluti
Fabio

postato da Elena Fedi martedì 22 settembre 2009 alle ore 18:50

SPIEGAZIONE :
Quando io scrivevo :
"....ma il problema è che bisogna pur mangiare ed io capisco che alcuni non rinuncino a queste situazioni ,che per noi sono molto pericolose . Hanno da pagare il mutuo o l'affitto ..."
Io mi riferivo a quei colleghi che accettano di dichiarare nella DIA " che il lavoro verrà svolto in conto proprio " ....per coprire il fatto che il lavoro viene assegnato ad un'impresa che lavora in nero .
Personalmente mi rifiuto ,ma passo per superba e rompiscatole : ...c'è sempre il padre artigiano, oppure il suocero o l'amico ed ,a volte, professionisti giovani ed inesperti accettano di fare queste dichiarazioni ,non rendendosi conto del rischio insito nella situazione . In verità ,nelle opere interne ,questa condizione si verifica più spesso di quanto non si creda .
So di "architetti arredatori" che seguono anche opere interne consistenti senza neppur essere abilitati . E nessuno dice o vede niente . Al Committente fa comodo ,all'artigiano edile pure ...

postato da francesco amadori martedì 22 settembre 2009 alle ore 18:57

Dimentichiamo per dempre " bisogna pur mangiare " Alberto Sordi l'ha spiegato meglio, ma meglio, ma meglio, di te.
postato da massimo battaglio martedì 22 settembre 2009 alle ore 18:59

Normalmente, quelli che sminuiscono chiamano "minchiatelle" le opere interne, lo fanno per auto-convincersi che si tratti di "lavori di modesta entità", da poter affidare a un qualunque geometra.
E infatti, è l'atteggiamento dei geometri.
Senza farci sopra tante filosofie, io ricordo loro che Juvarra, per realizzare la propria Scala delle Forbici, avrebbe "fatto la DIA". Anche Guarini avrebbe "fatto la DIA" per la "variante in corso d'opera" necessaria per costruire la cappella della Sindone, ma lì non si trattava solo di opere interne e poi "subbentrava l'ufficio paesaggio".
Ma sicuramente l'osservazione di La Malfa era ironica.

postato da Elena martedì 22 settembre 2009 alle ore 19:09

io non ho spiegato il " bisogna pur mangiare " ...ho spiegato a chi era riferita la mia umana comprensione . Che è cosa ben diversa !!!

postato da Elena Fedi martedì 22 settembre 2009 alle ore 19:30

Credo che forse è necessario inquadrare di più il ns operare nelle ns realtà territoriali . Mi spiego :
in Sicilia si costruisce ancora parecchio ex novo ; ho amici imprenditori edili siciliani che con lotti abbastanza piccoli riescono ad avere permessi di costruire con facilità ; la scheda di La Malfa ci mostra alcune progettazioni di edifici nuovi...così come Amadori in Sardegna progetta molti edifici di nuova costruzione .
In Liguria ,a parte gli interventi delle Archistar , il grosso del lavoro è nel recupero di edifici esistenti, di fabbricati industriali dismessi ,di riconversione di aree .
Quindi per noi un'opera interna non sarà mai una minchiatella ,ma un'occasione professionale dignitosa come un'altra .Soprattutto perchè il Committente che chiama l'architetto per un intervento interno normalmente lo fa perchè vuole un prodotto di qualità .

postato da Moreno Giacobazzi martedì 22 settembre 2009 alle ore 19:57

Discussione interessante (se si eccettuano i soliti regolamenti di conti un pò sopra alle righe) a cui vorrei aggiungere un mio contributo su un aspetto finora non toccato (se non forse marginalmente da Rosadini in altro post). Lo dico senza pretesa di distillare una perla di saggezza ma per comunicare anche ai colleghi più giovani una mia sensazione che non ha fatto che rafforzarsi nel corso degli anni.
Il ruolo dell'architetto (o più in generale del tecnico) direttore dei lavori, all'interno di qualunque cantiere, di qualunque dimensione, trova una sua agibilità solo in rapporto ad una sua giusta collocazione nell'ambito dei rapporti di forza che all'interno del cantiere agiscono; è assolutamente vero che spesso si realizza un'opera a dispetto di svariate condizioni sfavorevole (mancano sempre soldi, il committente non sa cosa vuole o crede di saperlo, le maestranze sono improbabili, l'impresa cerca puntualmente di fregarti truccando le contabilità etc.) ma credo che l'unico modo credibile per condurre in porto un lavoro sia quello di conquistarsi un'autorevolezza che nessuno vuole riconoscerti gratuitamente. Oltre ad avere (se ci si riesce) competenza tecnica, rigore nel fare rispettare gli esecutivi, capacità di affrontare imprevisti, voglia di mettere in discussione e risolvere i dettagli deboli del tuo progetto devi essere capace di farti ascoltare e seguire dai vari soggetti con cui hai a che fare: il committente (che paga te ed il lavoro), l'impresa, le maestranze ed i vari organi di controllo esterni con cui devi normalmente confrontarti.
Si tratta in sostanza di governare in maniera attiva questi rapporti, evitando di farsi travolgere dalla marea di casini che normalmente si addensano ovunque vi sia un cantiere; in definitiva si tratta di gestire un ruolo di potere, senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno; le strategie per ottenere ciò sono le più diverse, dalla resistenza passiva, al controllo continuo e pignolo, all'attacco aggressivo quando serve. Non si può generalizzare, ci si deve adattare alle condizione; l'unica regola che mi sembra valere è che una presenza assidua, non delegata ad altre figure, aiuta.
Se ci si accorge di non riuscire a governare la nave allora è meglio dimettersi, ma non mi è successo quasi mai durante l'esecuzione dei lavori: piuttosto le divergenze con il committente sono spesso chiaramente intuibili anche durante la fase progettuale ed allora credo sia meglio fare scoppiare subito alcune contraddizioni e lasciarlo al suo destino (e questo mi è successo più spesso). Possono seguire numerosi e succosi aneddoti.





Si tratta

postato da Maurizio martedì 22 settembre 2009 alle ore 20:54

La D.L., non è un aspetto creativo della costruzione, quello semmai è il progetto architettonico.
La D.L. e gli elaborati dell'esecutivo sono la trasposizione per ottenere il fatto creativo del progetto nel contesto definitivo e finale.
Con un cattivo progetto si avrà certamente un'opera mediocre, anche con una buona od eccelsa direzione lavori, oculata nelle scelte e negli accorgimenti adottati.
Di contro con un valido progetto ed una mediocre direzione lavori, ci porterà ad un organismo architettonicamente valido ma che farà acqua da tutte le parti, bello, interessante, culturalmente motivato ma con cento, mille, problemi, splendido ma contestato a vita dai suoi abitanti.
La scelta che oggi la committenza deve fare è:
- scelgo un bravo progettista oppure un bravo direttore lavori?
Se come credo, tutto dipenda dal tipo di committente, avremo:
- il privato che cercherà un professionista medio e quindi mediocre in entrambe le situazioni. (meglio un geometra onesto che un architetto pasticcione che mi farà solo spendere soldi e con un risultato finale discutibile).
- l'immobiliarista di turno cercherà invece un tecnico bravo in " tutto e subito" ,(meglio un tecnico azzecca garbugli che a livello comunale non mi fa perdere neppure un giorno di ritardo).
- il lavoro pubblico invece opterà per “l’allineato” tecnico che porterà a completamento l'opera senza troppe varianti suppletive e specialmente in ordine al programma concordato.
Come si evince, manca la figura del bravo e creativo architetto, che come possiamo immaginare costa, è pieno di sé, non ammette varianti, ti fa rifare i sottofondi due volte, passa in rassegna i gessi con l'alogena ,porta con sé una pallina per provare il suono dei pavimenti, staggia il piano dei balconi, non si fida neppure della schiuma termica tra il falso telaio e la spalletta, ti riempie di disegni al "20" , ti sommerge di descrizioni lavori,ecc.ecc. Lui è il tipico “rompicoglioni”, che ama il suo lavoro, ma lo fà odiare a tutti gli altri. E allora direte voi ? Boh. Vediamo chi la spunta nel 2010 anno di grande crisi per gli studi di architettura.

postato da Elena Fedi martedì 22 settembre 2009 alle ore 22:05

Ancora una grande crisi ? nel 2010 ? peggio di ora ? ma Moreno ci vuoi spaventare ??? Non è vero.... dice qualcuno ( ora su Ballarò ) va tutto bene ,siamo tutti sereni .....

Scherzi a parte , secondo me hai inquadrato bene le varie tipologie di DD.LL.,però dove metti l'architetto onesto ? quello che fa un progetto dignitoso ,che in cantiere ci va ogni volta che serve ,che cerca di avere autorevolezza ,senza però essere troppo rompicoglioni . Io credo che di questi ce ne siano ancora molti . Sarebbe bene che la spuntassero questi nell'anno prossimo e in tutti i quelli venturi . Basterebbe che in questo paese cominciasse a trionfare il merito e la competenza !

postato da muftah martedì 22 settembre 2009 alle ore 22:06

La direzione lavori è un fatto della preparazione del tecnico , più che sia creativo.... e se non sei preparato sei fregato , è il momento buono per perdere tutto il controllo della situazione ....la direzione dei lavori ,chiede delle volte un intervento rapido di pronto soccorso su un progetto pensato male o di un'imprevisto..........un pravo e onesto muratore po dare un grande aiuto ........per questo consiglio ai giovai di trovare come amico un bravo e preparato muratore e delle volte bisogna essere umile quando ce da imparare.......io ho fatto cantiere per tre anni e il mio vero maestro era un grande muratore
MUFTAh

postato da muftah martedì 22 settembre 2009 alle ore 22:50

Maurizio, credo che fai una grande confezione tra i vari figure professionali , un bravo architetto sempre è un bravo architetto , un bravo ingegnere sempre è un pravo ingegnere , sicuramente un ottimo progetto ha bisogno di un ottimo architetto , un ottima direzione dei lavori ci vuole un ottimo ingegnere.......come vede le due figure sono complimentare l'una con l'altra .....è questa obbliga che non dobbiamo essere in conflitto tra di noi........
postato da Francesco Rosadini mercoledì 23 settembre 2009 alle ore 00:04

Ottimo Moreno, nulla da eccepire. IO sono fiero della mia fama di rompicoglioni. Se non altro perchè so che ha un valore, anche economico, visto che costa due volte: una per il tempo che potrei evitarmi di spenderci (tanto, chi se ne accorgerebbe?) e due per le mancate cagnotte, delle quali sistematicamente e pervicacemente declino l'offerta.

Maurizio manda un mail intrigante. Nel quale dice non nesservi posto per l'architetto bravo e creativo. Bene, se invece dovessi dire la mia, direi che il luogo oggigiorno più probabile per trovarlo è proprio a fianco di un immobiliarista! Il quale, a differenza del pubblico - ossessionato dalla Merloni e preoccupato dei premi di produttività - e del privato - per il quale è vero che siamo in genere, scusate l'inglese, solo dei "problem solver" - è l'unico interessato ad avere la qualità, prorio perchè può monetizzarla. A costo naturalmente di farla pagare all'Impresa, oppure agli utenti finali.

Un saluto,
Francesco Rosadini


postato da francesco amadori mercoledì 23 settembre 2009 alle ore 00:36

Anch'io mi trovo d'accordo con Moreno e devo riconoscer che quando ( per la verità solo tre situazioni in tutta la mia esperienza ) la cosa mi è sfuggita di mano ed ho rinunciato alla dl è perchè non ho colto alcune avvisaglie di un rapporto non ben costruito o di malintesi col committente già in fase di progettazione.
Se dovessi tornare indietro riprenderei da quel punto particolare e credo che riuscirei a trovare il bandolo della matassa.
Sul rapporto con l'ufficio tutela ho sperimentato ugualmente situazioni di contrasto che quasi sempre sono riuscito a far convergere in un risultato positivo, ma non sempre.
Anche in questo caso la regola dei comportamenti corretti non sempre funziona, a volte prevalgono i pregiudizi.
Il cosiddetto "cliente" non va comunque mai considerato come un avversario come taluno sembra raffigurarlo ma come una opportunità, il progetto parte e cresce e si realizza sempre assieme.

postato da massimo battaglio mercoledì 23 settembre 2009 alle ore 08:55

Mozione d'ordine:

Da alcuni interventi emergono opinioni che rivelano un dubbio mai risolto sulla propria identità: siamo "tecnici" o "artisti" o "intellettuali" o "burocrati" o qualcos'altro?

In particolare, traspaiono:

- un'idea di creatività vecchia come il cucco, romantica, o peggio, decadente; una specie di malattia dell'architetto simile ad un onanismo sacro ma priva di valore di mercato, e pertanto da tenere a bada
- una dicotomia tra creatività e tecnica, tra tecnica ed arte, simile alla vecchia, ormai stupida ed inutile contrapposizione tra maschio e fammina

A mio parere:

- Il lavoro creativo è semplicemente quello che richiede la capacità di tradurre il pensiero in oggetto concreto. Niente di romantico, niente di demiurgico; non sono necessari baffetti all'insù, papillon, mariuana o coca secondo le appartenenze politiche.
- La creatività ha un valore di mercato, al pari dell'abilità tecnica o addirittura delle "conoscenze in Comune". E il mercato ha bisogno di creatività e ce la chiede in continuazione. Chi non se ne accorge, probabilmente è poco creativo.
- La tecnica non è nemica della creatività. L'idea del muratore volgare e bestemmiatore ma magicamente capace di dominare il suo lavoro, è stantia e non corrisponde alla realtà. E non è a tale mito che deve aspirare l'architetto per trovare giustificazioni di sè.

E inoltre:

- Il buon progetto non è quello che arriva a definire anche il colore delle viti della mostrina dell'interruttore, ma quello che definisce bene gli spazi di manovra di chi eseguirà l'opera, indicando con chiarezza quali sono i dettagli su cui è richiesto di soffermarsi. Il progetto che pretende di definire aristocraticamente ogni dettaglio, è un progetto illusorio, una simulazione di cantiere impossibile, che parte dall'idea semplificistica secondo cui tutte le variabili del processo costruttivo siano perfettamente prevedibili.

- Una progettazione "top-down", oltre che fondata su un'esagerata autostima che in realtà tradisce un'ossessiva paura di sbagliare, non tiene conto di un requisito fondamentale che deve avere qualunque prestazione di lavoro contemporanea: la flessibilità.

- Una progettazione ossessivamente dettagliata, che tende a negare ogni apporto creativo in cantiere, è fondata sull'idea che solo il progettista sia in grado di pensare, e che il suo compito sia quello di difendere la propria idea da chiunque la debba manipolare. Se siamo davvero innamorati dell'architettura, e se crediamo davvero che sia essa lo scopo del nostro lavoro, e non la nostra espressione personale, dobbiamo ammettere che il nostro lavoro non è che un contributo alla sua realizzazione. E che il processo costruttivo non esprime solo le nostre frustrazioni creative, ma condensa le capacità espressive di tutti coloro che vi prendono parte, ivi compresi il committente, il direttore dei lavori, l'impresario edile, il muratore e, perché no, gli uffici comunali.

postato da francesco amadori mercoledì 23 settembre 2009 alle ore 10:16

Bene bene, ecco uno che ha le idee chiare.
Immagino che la stessa argomentazione valga anche per chi scrive, ovvero si serve della della parola o per chi fa rumori più o meno piacevoli ovvero chi si serve dei suoni e via con tutti i sensi.
Abbiamo così il tecnico Leon Battista Alberti, il tecnico Bach, il tecnico Max Ernst, il tecnico Proust, il tecnico Omero, Dante Petrarca, al pari del tecnico amministratore di condominio che come dice massimo non si può negare che " traduca il pensiero in oggetto concreto " se per concreto si può intendere anche la quota condominiale da pagare.


postato da massimo battaglio mercoledì 23 settembre 2009 alle ore 10:23

francesco,
senz'altro mi sono spiegato molto male
sai bene però, che le mie osservazioni non erano dirette a commento delle tue
e sai anche cosa intendo quando parlo di necessità espressive dell'amministrazione comunale; che sono cosa ben diversa dalle capacità creative del progettista
ciò che mi preme puntualizzare è che:

- l'arte senza tecnica è puro pensiero; la tecnica senza arte è puro spreco di materia ed energia
- l'architettura non è decorazione; tantomeno è decorazione l'architetto
- l'architetto non deve passare il suo tempo a difendersi ma a collaborare

postato da francesco amadori mercoledì 23 settembre 2009 alle ore 10:33

Questo è un altro ragionare e posso dire di essre d'accordo.
Ma la tua concezione, permettimi di dire " minimalista " mi ricorda discussioni luddiste fatte nelle facoltà di architettura in altri tempi che io non ho mai condiviso, e credo che non si tratti di un mio equivoco o di un tuo non esserti spiegato, ma di un sottofondo persistente.
Forse mi sbaglio ma il dubbio è ragionevolmente motivato dal tuo commento.

postato da massimo battaglio mercoledì 23 settembre 2009 alle ore 10:52

Scusa ma non ho fatto le scuole alte.
Non ho studiato la concezione minimalista e non ho mai discusso coi luddisti, anche perchè ai miei tempi non ce n'erano più. Si vede che non avevano molto da dire.
Semplicemente, credo che le ragioni dell'architettura trascendano totalmente da quelle dell'architetto.
Che l'architettura sia un'arte collettiva, e che lo sia oggi più che mai, non è un principio ideologico ma una constatazione. Da qui discende l'urgenza di una forte consapevolezza, da parte degli architetti, del proprio ruolo di registi, e non solo di ideatori, del processo costruttivo.
Se devo fare qualche riferimento colto per spiegarmi meglio, non penso affatto ai luddisti, ma piuttosto a Majakovskij, Wittgenstein, come pure, naturalmente ai miei maestri Gabetti e Olmo.
Prova a rileggere i miei post precedenti alla luce di quest'osservazione.

postato da francesco amadori mercoledì 23 settembre 2009 alle ore 14:10

Mettila come vuoi ma credo che anche nel tempo passato sia stato più o meno così, il romanticismo ce lo mettiamo noi ma nulla degli architetti del passato fa pensare alle idee romantiche delle quali dici tu.
Sia sulla questione della tecnica nemica della creatività che sul ruolo di regista dell'architetto penso abbia già detto l'ultima parola Brunelleschi seicento anni fa e non credo occorra tornarci sopra.
Certo le condizioni non sono le stesse ma ora come allora ci sono buoni e cattivi registi ed in genere si cerca di imparare da quelli buoni.
Del mercato occorre tener conto ma qualche volta è anche una brutta bestia, la stessa che fa proliferare le fiction e la televisione spazzatura.
Anche qui c'è mercato e mercato.

postato da massimo battaglio mercoledì 23 settembre 2009 alle ore 14:51

Caro Francesco
non è a te che voglio ribadire che non considero arte e tecnica come nemiche, ma a chi si crogiola nei panni dell'intellettuale e del poeta quando è in studio, salvo venir preso dal dovere di svestirli appena si reca in cantiere, o, prima ancora, quando si dedica alla progettazione esecutiva.
Si resta artisti e poeti anche quando si compilano i computi metrici, e si resta tecnici anche quando si cerca ispirazione in un tramonto.
Tra l'altro: assodata l'indiscutibile formazione tecnica di Alberti, era un tecnico anche Bach: conosceva perfettamente gli strumenti musicali, suonava benissimo l'organo e il clavicembalo, e si occupava della propria corale anche con ruolo di direttore e persino di organizzatore. Con ciò, non era un praticone.


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