
venerdì 20 marzo 2009
20% e musica di A.S.
dal blog OPLA+ no_ar(c)h, di marco pasian
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Non ho, lì sul sito del quotidiano, trovato molto sostenibili le motivazioni di quei tre illustri primi firmatari..... ho ascoltato invece Sgarbi alla tv (non so' quando valga questo!) che dice che: visto che di danni ne fanno un sacco le pubbliche amministrazioni (ec-citanto le solite AraPacis, la pensillina agli Uffizi, Milano ecc...) allora che male può fare il privato ad ampliare... Non so, e che così di primo acchitto penso che una cosa così semplice manda a quel paese molte delle "tecniche" di pianificazione territoriale... quelle degli standards, delle proiezioni demografiche, ecc. ecc... (non è che in effetti abbiamo prodotto chissache!)... Però ragionando, sono proprio in aree "marginali", o agendo sulla modificazione (processo lento) della città storica, ove avrebbe senso un libero diritto percentuale ad aumentare (legare) il proprio spazio. D'altro canto bisognerebbe contrarre almeno un po' (80%?) tutte quelle aree di espansione troppo spesso speculative e cause di disagi urbani...! Però parlare piano su un sottofondo di gente urlante... francamente non sento, non capisco... recupero un vecchio vinile e mi metto la cuffia... ola! sento solo un leggero cripettio della puntina e la musica "nuova onda" degli A.S. così per lasciare in standby il mio cervello!
postato da
marco pasian
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 00:17
| commenti: 25 |
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massimo battaglio
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 10:05
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Ciao Marco
Siamo tutti pronti a criticare la città scaturita dagli attuali strumenti urbanistici,dagli standard, dalle proiezioni demografiche, dai piani particolareggiati esecutivi eccetera eccetera. Ed è giusto, anche perché l'autocritica non può che essere salutare, entro certi limiti.
Ma cosa ne sarebbe stato della medesima città, senza quegli strumenti di pianificazione e di controllo?
La pianificazione urbanistica tradizionale non garantisce la bellezza del singolo edificio, e spesso non garantisce nemmeno i rapporti funzionali tra le singole parti. Ma queste qualità possono essere garantite dall'assenza di regole?
Alcuni risultati dell'urbanistica tardo-razionalista sono il Corviale, lo Zen, il Gallaratese. Ma il degrado sociale che regna in questi insediamenti - spesso molto belli - è responsabilità delle loro forme, o piuttosto del loro isolamento e del loro essere stati abitati da famiglie deboli, lì deportate con metodi coercitivi e, sin dall'inizio, portatrici di disagio?
Ultima nota, forse stonata: lo Zen sarebbe, secondo Sbarbi e secondo Gasparri, il manifesto dell'urbanistica di sinistra. Ma a Palermo ha mai governato il partito comunista? Questo non per salvare il PCI in questa sede, ma per far notare che le posizioni dei "nostri" si reggono su un falso ideologico.
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postato da
antonio
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 10:14
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io penso che lo zen sia l'incontro , quanto mai negativo, tra una politica di destra e un'architettura di sinistra, con l'urbanistica in mezzo, tirata per la giacca da entrambe le parti (dalla in sinistra dal punto di vista disciplinare e culturale, dalla destra per l'applicazione politica e amministrativa).
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postato da
massimo battaglio
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 10:32
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Di sinistra, nello Zen, non c'è proprio niente, se non la firma di chi lo ha dovuto progettare (e sottolineo "dovuto", cerchiamo di capirci). Lo Zen è la più buzzurra delle volgarizzazioni dell'idea razionalista dell'unità di abitazione, idea del tutto tecnocratica, indipendente da qualunque ideologia politica, qui adottata nel più avulso dei contesti urbani e sociali.
E comunque, se fosse stato abitato poco per volta, come un qualunque condominio privato, da famiglie di estrazione sociale diversa, sarebbe stato quasi un bel quartiere.
Come mai si registrano le stesse problematiche sociali nei quartieri di casette a schiera di Liverpool?
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postato da
antonio
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 11:05
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beh di sinistra non ci sarà forse solo la firma, ma anche un'ideologia, una cultura, un'idea di architettura e precise scelte progettuali del signor gregotti, che sia detto per inciso, complessivamente stimo abbastanza.
che l'idea razionalista di unità di abitazione sia avulsa dalle ideologie non mi sento di sostenerlo insieme a te.
il tutto è stato però, come giustamente fai notare, inserito in una politica urbana e ancor più sociale "di destra", cioè volta all'emarginazione.
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postato da
francesco amadori
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 11:10
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Per ma ha più ragione Antonio, occorrerebbe andare a ripescare il dibattito degli anni 60-70 sull'edilizia popolare, sull'architettura o architetti impegnati.
L'ideologia ha fatto un brutto scherzo a tutti, in qualsiasi luogo dell'Italia, trovo a Cagliari quartieri, come a Como, Milano o Palermo progettati e costruiti negli stessi anni.
L'ideologia era molto faorte sio ad alterare i sensi e la razionale osservazione della realtà, faceva vedere persino belle le case a ringhiera rivisitate od i modelli dell'architettura rivoluzionaria cubana, un flop generale al quale è sfuggito solo De Carlo.
Occorre osservare bene gli errori per non ripeterli, questa volta con occhio critico e non ideologico.
Tutti poi vi siete attaccati al post di Marco, ma non ne avete capito lo spirito, rtipetendo cose già dette che c'entrano poco con la sua sempre fine osservazione
Francesco
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postato da
Elena Fedi
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 11:12
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Io non difendo nè lo Zen nè le altre espressioni di un certo tipo di urbanistica ,però vorrei richiamare l'attenzione sulle motivazioni che hanno portato,ovunque in Italia, a costruire certi quartieri . L'urbanizzazione forzata di grandi masse di popolazione ,l'immigrazione interna , a causa del boom economico degli anni 60 ha generato nei grandi centri urbani ,soprattutto al nord ,il bisogno di molte abitazioni di edilizia popolare ...C'era tensione abitativa,c'era necessità di abitazioni per tantissime famiglie che non avevano certo la possibilità di acquistare immobili, nè di pagare affitti normali . Così sono nati certi quartieri : il Corviale ,le Vele, lo Zen, il Gallaratese, le Lavatrici di Pegli ,ma anche le case di via Falchera,le Vallette a Torino ,così come Piazzale Moroni a Savona.
Questi sono diventati subito quartieri degradati perchè ivi sono state concentrate in massima parte famiglie povere,senza strumenti culturali adeguati,sdradicati dal loro humus familiare ,dalle loro abitudini ...Ricordo di avere visto ,con i miei occhi ,a Torino i pomodori piantati nelle vasche da bagno ,come ascensori distrutti dopo due mesi . Si sono creati i quartieri " ghetto " ove le famiglie povere ,ma indigene, non volevano andare ad abitare .
A Savona ,ancora a metà degli anni'70 ,le agenzie immobiliari ti proponevano dei bei alloggi ,ma poi aggiungevano sottovoce: però è in piazzale Moroni ...Io nel 1975 ci sono andata poi ad abitare in un alloggio confortevole, in affitto : mai avuto un problema,condominio normalissimo ,vicini tranquilli . Poi con i soci di una cooperativa di lavoratori portuali abbiamo costruito un edificio ,con tanto verde intorno, con i garage, con le sale giochi per i nostri bimbi,sempre in quel quartiere .
Ci ho vissuto 14 anni bene ; però la casa era diventata piccola per la mia famiglia e nel 1993 mi sono trasferita altrove : ci ho messo poi 6 anni a venderlo ,proprio perchè era la prevenzione verso il quartiere a frenare gli acquirenti . Oggi il Comune di Savona, con i Contratti di Quartiere. ha avviato una gigantesca operazione di riqualificazione di questa area della città ; al suo interno ci sarà pure l'intervento da 90.000.000 di € delle aree Metametron su progetto dei 5+1 AA. Dopo 20-30 anni ,a popolazione integrata e mista Piazzale Moroni è un quartiere migliore di tanti altri di Savona ,con il suo parco urbano ,con asilo nido e scuola materna e una bella scuola elementare,con luoghi di aggregazione ....è una parte di città .
Quello che voglio dire è che con la volontà politica ed amministrativa certi guasti urbani si possono rimediare . A Savona lo si sta facendo ....
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postato da
francesco amadori
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 11:26
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Ancora una volta giustificazioni e spiegazioni, allora ditemi perchè De Carlo ha progettato edilizia popolare dove la gente ci abita ancora volentieri.
Nessuna giustificazione per gli sbagli degli architetti.
Come sarebbero andate le cose, i più avveduti lo sapevano già da allora, ma qualcuno ha voluto tirare comunque avanti dritto.
Leggete il lavoro di De Carlo preparatorio alla progettazione.
Gli altri, tutti o quasi, credevano di avere in mente cosa occorreva e come occorreve vivere nei quartieri operai o popolari, hanno come al solito peccato di presunzione, ideologia.
Brutto vizio della sinistra, bisogna ammetterlo, ma De Carlo non è di destra.
Nessuna giustificazione per la brutta architettura.
Francesco
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postato da
Elena Fedi
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 11:41
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Nessuna giustificazione....tutt'altro !! Ho cercato solo di contestualizzare gli "sbagli" ed ho citato un esempio di come con i Contratti di Quartiere si possano rimediare certi guasti urbani !
Certo a Savona non abbiamo lo Zen o Corviale ,al più una serie disordinata di edifici in linea ,mediamente di 40-60 alloggi e di 5-6 piani , che magari hanno le coperture in eternit ,quindi amianto, facciate degradate etc.
Si stanno recuperando ...anche perchè i vecchi inquilini IACP ,con le liquidazioni ,gli alloggi se li sono acquistati (a prezzi bassi) . I condomini ,con i finanziamenti agevolati dalle procedure del Contratto di quartiere ,deliberano gli interventi di riqualificazione degli edifici ...
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postato da
francesco amadori@virgilio.it
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 11:46
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Ad Elena, per non cadere in un nuovo bisticcio, la mia critica è solo per la priema parte del tuo commento, non per il resto, ovvero che le immobiliari speculino e che l'urbanistica e soprattutto le leggi vadano al rallentatore, frenino o addirirttura remino contro, è sempre successo, io voglio far notare che dentro queste condizioni comuni a tutti qualcuno riesce a fare buona architettura ed ho citato De Carlo ed il suo approccio alla progettazione basato sul coinvolgimento, reale di chi sa ascoltare e non ideologico di chi pensa per te, degli ospiti delle sue realizzazioni.
Francesco
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postato da
Elena Fedi
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 12:38
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Gli architetti ,in quegli anni (e cito alcune mie esperienze dal 1975 al 1985) avevano molti condizionamenti anche dettati da leggi o meccanismi di finanziamento ...Gli alloggi dovevano essere di mq. 45,65,75,95,110 ,a seconda delle dimensioni del nucleo familiare ;la luce dei solai veniva imposta da certe stazioni appaltanti e doveva essere 3,60 o 4,20 ; le bucature massimo 1,20 m. etc...
Si doveva progettare più soggetti a certi dettami che alla libertà compositiva...risparmiare si doveva !!Ricordo il travaglio di noi progettisti nell'incasellarci in certi meccanismi ; una volta, nel progettare un edificio di 90 alloggi, per una cooperativa di Savona, più rispettavamo certi criteri fissi più crescevamo nel punteggio che serviva a vincere il finanziamento e la concessione del diritto di superficie su quell'area .
Riuscimmo a progettare un edificio dignitoso in cui tuttora abitano ,soddisfatti, anche alcuni cooperatori che mi sono amici ...
Nel 1975 ,come collaboratrice di uno studio allora molto in auge, nel giro di 7-8 mesi partecipai alla progettazione di 6 diversi interventi di edilizia convenzionata : le tipologie degli alloggi erano state studiate ,attraverso un processo partecipato con i cooperatori , in maniera standard : alloggio A,B,C e D...Combinammo queste tipologie dando origine a 6 blocchi di edifici assolutamente diversi ,vuoi per le altezze dei piani ,vuoi per l'aggregazione in pianta,vuoi per le finiture . Non sono venuti tanto male ...Era il modo di progettare l'edilizia convenzionata che tutti credo abbiamo usato in quegli anni all'interno delle aree PEEP ...Poi certo alcuni lo han fatto più o meno bene ...altri han fatto brutta architettura .
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postato da
francesco amadori
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 13:00
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Non capisco questo soffermarsi sulle difficoltà di allora, nessuna delle quali mi pare manchi anche oggi.
Invito ancora a leggere ciò che ha fatto De Carlo, è tutt'altra cosa della prassi burocratica seguita da quasi tutti con la presunzione demiurgica, come ho detto, di PENSARE PER GLI ALTRI.
Ogni alloggio popolare studiato da De Carlo era progettato sulla base della conoscenza dell'utente, quasi si trattasse, per semplificare, di una commessa privata di una villetta.
Il progetto era preceduto da un approfondito confronto con i suoi destinatari, la loro realtà, le loro aspirazioni, le loro nozioni dell'abitare.
Lavoro faticoso fatto da pochissimi.
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postato da
Elena Fedi
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 13:10
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L'approccio alla progettazione basato sul coinvolgimento è sempre stato da me considerato fondamentale ! Il problema è che questo tipo di approccio richiede di solito molto tempo, dedizione e pazienza ...non tutti gli architetti hanno queste attitudini e,di solito, più sono professionisti di successo e meno tempo dedicano a questo tipo di approccio ( De Carlo a parte ).
Ci vogliono molte riunioni,a volte verbose ,a volte anche tese ...in cui gli utenti manifestano ,in certi casi ,opzioni inconciliabili con il progetto e pure inaccettabili ...
Immagino cosa potrà succedere con il nuovo Piano Casa ,ammesso e non concesso che i proprietari di immobili si rivolgano a noi architetti : ci chiederanno di certificare volumetrie fasulle ...ci chiederanno di tutto e di più . Del " buon gusto degli italiani " io non ho la stessa opinione del Presidente del consiglio
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postato da
Elena Fedi
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 13:15
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Vedi Francesco che hai sempre voglia di polemizzare ? Io ho citato proprio ,a margine delle difficoltà che pur c'erano allora,anche esempi positivi di progettazione partecipata con il coinvolgimento degli utenti ....Devi leggere anche la 2a parte del mio post delle 12,38 e pure l'ultimo che stavo scrivendo in contemporanea a te ,in cui sostengo al primo comma le stesse cose che sostieni tu.
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postato da
francesco amadori
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 13:37
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Vedo che siamo d'accordo, scusa ma non mi piace mai affronatre un argomento con troppe premesse, le questioni sono quasi sempre chiare e non richiedono troppi ragionamenti.
Rimane il fatto che alcuni quartieri , vedi Sant'Elia a Cagliari simile a tanta architettura da me vista a Belgrado, oggi sono da radere al suolo, alla fine costeranno il doppio e di ciò dobbiamo ringraziare qualcuno che godeva di tanto prestigio intellettuale e politico che con il denaro pubblico si è preso lo sfizio di carcerare nella sua gabbia ideologica proprio quei proletari che nemmeno i più infami industriali di fine 800 hanno trattato così male.
A Sant'Elia nel frattempo si è spacciato di tutto, il degrado è inimmaginabile.
Francesco
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postato da
antonio
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 15:56
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d'accordo con francesco. in germania e in austria negli anni 20 c'erano casini che in confronto l'immigrazione dei calabresi era uno scherzetto, però sono riusciti a fare delle siedlung per l'epoca dignitose.
tutti gli architetti hanno dei problemi, anche quello che progetta la casa per lo sceicco, il lavoro è proprio quello di risolverli (come mr wolf di pulp fiction) qualunque essi siano.
tanto per non lasciare de carlo solo soletto ricordo le prime esperienze di siza in portogallo ed hertzberger in olanda e anche lucien kroll (francese mi pare).
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postato da
francesco amadori
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 16:09
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Ma quelli sono paesi civili.
Francesco
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postato da
massimo battaglio
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 23:04
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Beh dai amici, non buttatemi via il Gallaratese di Rossi
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postato da
antonio
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 23:10
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bah...triste come poche cose al mondo, prigione per abitanti che non lo possono capire.
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postato da
francesco amadori
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 23:23
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postato da
massimo battaglio
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 23:27
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:-(
E vabbè, anche Rossi sbagliava
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postato da
francesco amadori
venerdì 20 marzo 2009 alle ore 23:45
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Adesso la colpa è degli abitanti che non capiscono, questa è proprio bella.
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postato da
antonio
sabato 21 marzo 2009 alle ore 00:30
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forse mi sono spiegato male francesco, intendevo dire proprio il contrario, la colpa è di rossi che ha progettato qualcosa di comprensibile e persino stimolante ed interessante per noi architetti ed anche elegante, aggiungo per massimo :-) , ma molto difficilmente apprezzabile da una qualsiasi persona che si trovi ad abitarci.
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postato da
marco+
sabato 21 marzo 2009 alle ore 00:52
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postato da
Hector & Ettore
sabato 21 marzo 2009 alle ore 09:47
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UNO DEI NOSTRI DOVERI E' EDUCARE LA MASSA, ANCHE NEL MODO DI ABITARE.
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postato da
Hector & Ettore
sabato 21 marzo 2009 alle ore 09:55
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Errore voluto: intra magni sic (cicerone)
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