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venerdì 27 aprile 2012

Manuel

dal blog francesco amadori, di francesco amadori

Manuel Scorza

A CÉSAR CALVO AGRADECIÉNDOLE QUE ESTÉ AQUÍ

In principio l’uomo abbandonava i suoi morti.

Cinquantamila anni fa cominciò a scavare tombe.

Nella pelle delle caverne cesellò le sue paure bellissime:

scoprì la poesia.

Per questo stiamo qui

Soffiando parole contro il cielo indifferente.

Cecilia, mia figlia, gioca con i suoi anni:

quattro ciottoli di colori.

La vita passa così veloce, Cesare, che un meriggio

la vedremo uscire verso il parco

e ritornare bellissima donna.

Così è, Cesare, la vita fugge così veloce

che uno di questi giorni dovremmo cercare di dire la verità.

Per favore, che trovata.

Il maggiordomo ha ordini precisi

di buttarle la porta al passato!

Perché giovani aurei

nelle sterpaglie dell’orrore di America combattevano allora

per un mondo più bello.

Mortalmente feriti cadevano

più che dalla mitraglia afflitti dai loro sogni.

Bellissimi nascevano alla morte.

Mentre noi tatuavamo poesie dimenticate

in corpi dimenticati di donne dimenticate

Con ubriacate di bassa lega cicatrizzavamo la nostra

malinconia

bevendo aguardiente che non era Agua Ardente.

Lenin non apprezzava i poeti:

tagliò grossolanamente un poema di Majakovskij

Wladimir Majakovskij si uccise.

Ma Lenin si sbagliava: il Che portava nel suo zaino

crivellati versi di Leòn Felipe

e Javier Heraud portava una tua lettera nella sua giacca.

L’impietoso fiume Madre de Dios trascinò il suo corpo,

il tuo corpo, il mio corpo, la nostra crivellata gioventù, tutto.

Ma la vita scorre più rapida del fiume Madre de Dios.

Impossibile costruire un mondo nuovo

senza sbarcare nelle Indie incontri nei nostri sogni!

Una rivoluzione che solo è una rivoluzione non è una

rivoluzione.

(Bisogna rivoltare tutto, bruciare tutto, sradicare tutto!)

Non permettere che possa ritornare più la stessa realtà,

la stessa famiglia, la stessa acqua, gli stessi padri, la stessa

luce, la stessa patria, lo stesso futuro, la stessa tristezza, la

stessa religione, lo stesso sole!

Chi oserebbe assolverci?

Un immortale poema ci assolverebbe.

Ma gli anni sono trascorsi e non abbiamo detto la Parola Ignea

La vita è così fugace, Cesare, che uno di questi meriggi

uscirai a comprare sigari

e tornerai a raccontare battute nelle nostre veglie funebri.

E ora si, ti accetto un pisco (*)

Perché malgrado questa tristezza, la vita vale la pena:

sono allegro, sono albero, sono esaltato, sono

coi miei amici, sono lampo, sono luce.

Perché l’uomo che sta più vicino alla sua morte

che alla sua nascita

ha urgente bisogno di essere felice.

Cinquantamila anni fa, nella pelle delle caverne,

cominciai a incidere questo poema.

Per questo sono qui soffiando parole contro il cielo indifferente .



postato da francesco amadori venerdì 27 aprile 2012 alle ore 16:54    | commenti: 2 | Bookmark and Share



 Commenti:
postato da lucio tuzza domenica 29 aprile 2012 alle ore 17:14

L’ uomo che sta più vicino alla sua morte che alla sua nascita ha urgente bisogno di vivere.
L’ uomo che sta più vicino alla sua morte che alla sua nascita, se ne fotte della felicità.
Troppo tempo ha già sprecato per cercarla e sa che ce l' ha avuta solo quando non la cercava.
Forse.

postato da francesco amadori lunedì 30 aprile 2012 alle ore 07:36

E' un carme scritto da Scorza nel 73 a 45 anni ( oltre il famoso " mezzo del cammin di nostra vita ", morirà a soli 55 anni in un ìncidente aereo.
Felicità ?
Ricordo un'intervista al grande psicanalista Cesare Musatti , molto vecchio, sorridente, credo fosse in ospedale o a casa sua, degente con le cannelle al naso, si aspettava ancora qualche gioia dalla vita, magari il piacere di essere intervistato, un incontro con l'intervistatore ed ancora molte cose da dire e da capire.
Scorza è uno dei massimi poeti e scrittori dell'america latina, peruviano.


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