Manuel
dal blog francesco amadori, di francesco amadori
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| Manuel Scorza |
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A CÉSAR CALVO AGRADECIÉNDOLE QUE ESTÉ AQUÍ
In principio l’uomo abbandonava i suoi morti.
Cinquantamila anni fa cominciò a scavare tombe.
Nella pelle delle caverne cesellò le sue paure bellissime:
scoprì la poesia.
Per questo stiamo qui
Soffiando parole contro il cielo indifferente.
Cecilia, mia figlia, gioca con i suoi anni:
quattro ciottoli di colori.
La vita passa così veloce, Cesare, che un meriggio
la vedremo uscire verso il parco
e ritornare bellissima donna.
Così è, Cesare, la vita fugge così veloce
che uno di questi giorni dovremmo cercare di dire la verità.
Per favore, che trovata.
Il maggiordomo ha ordini precisi
di buttarle la porta al passato!
Perché giovani aurei
nelle sterpaglie dell’orrore di America combattevano allora
per un mondo più bello.
Mortalmente feriti cadevano
più che dalla mitraglia afflitti dai loro sogni.
Bellissimi nascevano alla morte.
Mentre noi tatuavamo poesie dimenticate
in corpi dimenticati di donne dimenticate
Con ubriacate di bassa lega cicatrizzavamo la nostra
malinconia
bevendo aguardiente che non era Agua Ardente.
Lenin non apprezzava i poeti:
tagliò grossolanamente un poema di Majakovskij
Wladimir Majakovskij si uccise.
Ma Lenin si sbagliava: il Che portava nel suo zaino
crivellati versi di Leòn Felipe
e Javier Heraud portava una tua lettera nella sua giacca.
L’impietoso fiume Madre de Dios trascinò il suo corpo,
il tuo corpo, il mio corpo, la nostra crivellata gioventù, tutto.
Ma la vita scorre più rapida del fiume Madre de Dios.
Impossibile costruire un mondo nuovo
senza sbarcare nelle Indie incontri nei nostri sogni!
Una rivoluzione che solo è una rivoluzione non è una
rivoluzione.
(Bisogna rivoltare tutto, bruciare tutto, sradicare tutto!)
Non permettere che possa ritornare più la stessa realtà,
la stessa famiglia, la stessa acqua, gli stessi padri, la stessa
luce, la stessa patria, lo stesso futuro, la stessa tristezza, la
stessa religione, lo stesso sole!
Chi oserebbe assolverci?
Un immortale poema ci assolverebbe.
Ma gli anni sono trascorsi e non abbiamo detto la Parola Ignea
La vita è così fugace, Cesare, che uno di questi meriggi
uscirai a comprare sigari
e tornerai a raccontare battute nelle nostre veglie funebri.
E ora si, ti accetto un pisco (*)
Perché malgrado questa tristezza, la vita vale la pena:
sono allegro, sono albero, sono esaltato, sono
coi miei amici, sono lampo, sono luce.
Perché l’uomo che sta più vicino alla sua morte
che alla sua nascita
ha urgente bisogno di essere felice.
Cinquantamila anni fa, nella pelle delle caverne,
cominciai a incidere questo poema.
Per questo sono qui soffiando parole contro il cielo indifferente .
postato da
francesco amadori
venerdì 27 aprile 2012 alle ore 16:54
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