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mercoledì 11 marzo 2009

Disegno e rappresentazione

dal blog Carmine Pietrapertosa, di Carmine Pietrapertosa

Pagliara. Benevento

“posto” qui questo commento al blog di Stefania L. per poter inserire delle immagini che meglio precisano il mio pensiero.

Benevento. Piazza Roma
Vedo ieri questa presentazione dell’ “intervento di riqualificazione urbana [che] ha ridonato alla città un luogo di aggregazione che la collettività aveva perso da tempo” e resto perplesso.
Mi chiedo anche: “sarò antiquato e ancorato a un’anacronistica mentalità provinciale che mi impedisce di godere di queste fughe innovative nel nulla ?” Può darsi.
Mi interrogo ancora: “sono solo ?” Spero di no.
E difatti, stamattina, vedo le prime opinioni divergenti.
Mi astengo dal dare giudizi su questa realizzazione di cosiddetta “riqualificazione”, saranno i fruitori ad apprezzarne o meno le caratteristiche intrinseche, le valenze cromatiche e materiche, il “disegno”, la pedonabilità dello “spazio eletto per condividere relazioni sociali” ed infine “l’usabilità” per eventi culturali.
Dico però che invenzioni di questo genere se ne vedono sempre più spesso. I nostri centri urbani (spesso centri antichi), sull’altare della riqualificazione vengono rinnovati con vestitini griffati piuttosto succinti e frequentemente volgari. Emerge nitida la volontà dell’inventore di turno: estraniarsi da storia e cultura e scodellare l’immancabile uovo sodo che si regge di punta. E’ il vezzo dell’architetto (non tutti, per carità), incidere a caratteri cubitali il proprio estro, perché se ne serbi la memoria. Ma prima che il processo sia irreversibile, sarebbe saggio interrogare l’utilizzatore dell’opera, conoscere la sua opinione ed eventualmente modificare la nostra, arricchire il nostro bagaglio ed integrare il progetto con punti di osservazione diversi. Ma la progettazione partecipata spesso e volentieri è distante anni luce dai nostri modi di fare.
La cosiddetta “riqualificazione urbana” e l’arredo dovrebbe scendere dal piedistallo talvolta cattedratico e tentare una ricucitura più rispettosa, un rapporto più discreto, un colloquio più essenziale e meno verboso col vilipeso ”contesto”, evitando la “decorazione” fine a se stessa.
Assistiamo cosi alla trasformazione delle nostre strade e piazze, anzi alla loro sostituzione con nuovi spazi urbani concepiti più come puro esercizio di grafica che come luoghi del vissuto quotidiano.
---


Pagliara. Benevento
Carpi
Carpi
Terni
COPRAT San Donato Milanese
Pagliara. Benevento
Botta. Chiesa a Pordenone

postato da Carmine Pietrapertosa mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 00:03    | commenti: 9 | Bookmark and Share



 Commenti:
postato da antonio mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 00:22

l'ultima foto di botta è fuori luogo secondo me...da sempre i sagrati delle chiese sono luogo per decorazioni geometriche.

tra l'altro le pavimentazioni graficamente interessanti di per sè non hanno nulla di male, anzi possono essere divertenti e interessanti. i problemi sono:

- quando sono progettate e/o realizzate male
- quando l'intervento si regge solo su quelle

quanto alla progettazione partecipata, beh direi che qui c'entra poco.

postato da massimo battaglio mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 08:35

Ma chi impiega il tempo a disegnare questi ricami, ci crede?
postato da stefania leone mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 08:55

cari colleghi, mi rendo conto che occorre una pianta della piazza per discutere.
la piazza si innesta lungo il corso principale di Benevento.
Appena posso cerco di pubblicare un disegno che possa illustrarvi il disegno della pavimentazione lungo il corso. E quindi da lì partire per un confronto con voi.
Per quanto riguarda la partecipazione ovvero la concertazione tra gli attori coinvolti nella realizzazione di un processo di trasformazione urbana ,come quello posto in essere negli ultimi anni a Bn, è bene che sappiate che il corso di Bn, così come la piazza, sono il risultato di un progetto integrato che ha investito altre zone della città. Non si è trattato solo di progetti di pavimentazione ma di realizzare azioni atte a mantenere nel tempo le condizioni di qualità e di vivibilità in ambiti della città trascurati e poco sicuri!
una città dunque valorizzata e migliorata sotto molti aspetti: qualità architettonica, servizi alla collettività, sicurezza ed azioni volte alla gestione a lungo termine degli interventi appena realizzati (garanzia di una corretta manutenzione).
La progettazione integrata è una metodologia efficace per consentire un approccio condiviso volto alla definizione di interventi materiali accompagnati da azioni immateriali; infatti la riqualificazione urbana non si limita alla realizzazione di un bel "disegno" ma basa la sua azione sulla programmazione degli interventi, necessaria per raggiungere gli obiettivi prefissati.

postato da massimo battaglio mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 09:03

Ma per amor del cielo!
La progettazione integrata, meglio se partecipata, quando è fatta con convinzione, è l'unica salvezza per una vera ed efficace riqualificazione dei centri urbani.
Mi domando però se tutta questa enfasi sulle pavimentazioni, non corrisponda esattamente ad uno dei "peccati di architettura" di cui parla il card. Poletto (vedi post di Marco Cuomo), in cui l'architetto lavora unicamente per lasciare una firma. Che questa firma sia la propria o quella della moda, poco importa: mi pare comunque uno sforzo gratuito.

postato da francesco amadori mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 09:07

Concordo con Antonio, le pavinemtazioni di sagrati, piazze e perche nò anche interni di edifici si risolvono spesso in un commento geometrico, esempio piazza del Campidoglio, esempio pavimentazione di Sant'Ivo alla Sapienza, la differenza è che in questi esempi il disegno entra a far parte dello spazio architettonico in modo magistrale, ricordo anche le ricerche di Arata in tal senso
postato da Carmine Pietrapertosa mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 10:39

Mi scuso per la scarsa chiarezza nell'esposizione delle immagini ma è più che ovvio che Botta non centri nulla col tema in oggetto.
Le due ultime foto sono state inserite quale confronto l'uno rispetto all'altro e come ipotesi di possibile ispirazione (l'uno dall'altro).

postato da francesco amadori mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 12:19

A Carmine è bene sempre precisare, visto perche qui i fraintendimenti sono sovrani, ma credo che se l'ho capito io il senso del tuo post forse l'hanno capito anche gli altri
postato da salvatore concetto leotta mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 12:39

Si, infatti, è interessante vedere come si sono tutti Ispirati l’uno copiando l‘altro con qualche leggera variante si passa dalle curve ad onda lunga a quelle ad onda corta per andate a finire col zig zag quest’ultimo di forma tipica, assimilabile a un movimento tettonico tra faglie con, manifestazione fessurativa acclamata.
postato da Hector & Ettore mercoledì 11 marzo 2009 alle ore 20:34

"patetico soliloquio"

Oggi l’architettura punta sull’eccezionalità nel senso deteriore del termine. Si impone l’oggetto per la sua novità, eccezionalità, violenza.
L’interesse per le idee che stanno dietro l’architettura non c’è più assolutamente. Negli anni venti le idee erano la cosa principale, ci si batteva per le idee e le forme erano strettamente correlate alle idee. Oggi tutto questo si è ribaltato.
Ad un certo momento si è sperato che l’indizione di concorsi anche a livello internazionale potesse arginare o almeno attenuare una simile deriva. Ma da essi non è scaturito un grande aiuto, anche perché molto spesso in questi concorsi sono venuti fuori progetti in cui si mira più ad una malcelata celebrazione degli architetti ideatori, che alla rivalutazione di aspetti che avessero per scopo la salvaguardia di valori culturali, e non fossero invece semplicemente narcisisti o utilitaristici. Per di più, capita spesso che, sotto trovate apparentemente nuove, si nascondono originalità forzate o addirittura stranezze di superficie. Piani inclinati, tagli nel terreno, ecc. tutte cose che esigono sforzi mentali per chiarirne sia pure vagamente gli scopi.
Si ha qualche volta l’impressione che alcuni progetti parlino solo a se stessi in un patetico soliloquio. Tutto ciò facilita la sensazione di una solitudine che, lungi dall’aiutare la contemplazione di composizioni significative, come avviene per le opere dechirichiane, lasci la mente vagare nel vuoto e nello smarrimento.


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