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lunedì 20 luglio 2009

20.07.2009

dal blog anna baldi architect, di anna baldi

Sono sempre stata molto autonoma, forse come tutti i secondi figli.
Al punto che a pochi anni ho pensato che “se gli altri non mi pensano, sarò io a pensare a me” e da quel momento ho costruito la mia autonomia con un ottimo senso di orientamento e un’incoscienza fortunata, proiettata verso il mondo oltre quelle mura domestiche, con coraggio, fantasia e senso d’avventura. Ho sempre scelto con sorprendente lucidità i domini in cui non avrei avuto la pressione della concorrenza, nei quali non avrei dovuto misurarmi con dei fratelli eccellenti e nei quali potevo essere io, indisturbata ad agire, e dove anch’io soprattutto potevo eccellere, per me stessa. Ma ero piccola! molto piccola, 5 anni, 6 anni! Come dire, dei secoli!
Non ho mai programmato, neanche allora, e l’improvvisazione in un disegno molto preciso era una condizione naturale; per esempio il giro dell’isolato in bici prendeva improvvisamente altre strade e come quando si fa un viaggio in treno e dal finestrino si vede un paesaggio in continua metamorfosi, così un giorno i palazzi ai limiti del paese sono diventati villette sempre più rade e poi una distesa di prati e di campi, e la strada si è dissolta in un sentiero di terra battuta, la cui traccia alla fine si è indebolita raggiungendo un giardino di alberi da melograno davanti a una casa contadina bassa e lunga. Per me quello era come il luogo di una fiaba, per la luce calda del sole basso che filtrava attraverso le forme morbide e rigogliose della natura. Dopo la prima volta ho portato con me un soldo per comperare dalla contadina un melograno che mangiavo a metà strada sulla via del ritorno. Tutto quel viaggio di corsa era finalizzato a quel melograno dai chicchi ancora caldi dal sole che già scompariva all’orizzonte. Ho sempre provato un grande piacere nel nutrirmi di frutta, soprattutto se appena raccolta, e soprattutto se raccolta da me; è sempre stato il mio cibo preferito, prelibato e dionisiaco, e di lui non mi sazio mai. Sono tornata in quel luogo, che per me si materializzava mentre percorrevo la strada all’andata e viceversa si dissolveva ripercorrendo la strada a ritroso, fino a quando le giornate erano ancora abbastanza lunghe, l’aria ancora abbastanza calda e i frutti ancora sugli alberi, credo fino all’inizio di ottobre.
Un giorno il mio viaggio si è interrotto molto prima, in un cantiere deserto di una villa a due piani in costruzione. Sono entrata e mi sono appropriata in punta di piedi di ogni metro percorso e di ogni gradino salito, sfiorando con timore e con piacere la superficie ruvida di quelle pareti grezze in cemento e forati; seduta a terra al secondo piano e in un luogo raccolto mi sono trovata a mio agio nonostante la polvere e le superfici grossolane; vi era un’atmosfera di solitudine e di calma, e la solidità del luogo lasciava immaginare una inequivocabile e quasi superflua forma finita. Credo che la figura del muratore mi sia diventata in questa occasione molto simpatica, e invidiabile.
E credo anche che sia da qui che nasce il mio piacere nel controllo della materia; nell’uso delle attrezzature (trapano, flessibile, ...); nella scelta dei materiali e della luce tanto quanto della forma, che verifico tutti durante l’evoluzione del progetto fin dalla fase preliminare; mi piace soffiare via la polvere dal modello e sentirla su di me, così come mi piace riconoscere su di lui l’impronta e il sudore della mia fatica, e poi mi piace pensarlo come un discorso fatto di continue domande e risposte che man mano gli danno forma; mi piace verificare con un pezzo di carta piegato il funzionamento di un snodo a cerniera con un movimento combinato per traslazione, e anche fare una traccia e girare il cemento, tirare la molla per identificare i percorsi e risolvere il circuito, stendere uno strato profumato di calce e accarezzarlo con la lama tagliente della spatola per portarlo alla lucentezza voluta, controllare con la ghigliottina e il dispositivo di messa a fuoco l’equilibrio delicato tra la definizione della forma e la sfumatura del perimetro della zona illuminata, realizzare un mobile in ½ ora senza viti e chiodi così come l’ho pensato per fare prima…

Non mi piace sentir dire che “non si può”, e non mi piace dipendere dagli altri, perchè mi piace vedere compiuto ciò che nella mia mente ha già preso corpo.



postato da anna baldi lunedì 20 luglio 2009 alle ore 01:40    | commenti: 2 | Bookmark and Share



 Commenti:
postato da fr lunedì 20 luglio 2009 alle ore 17:45

Certo che se passassimo tutto il nostro tempo a scrivere poesie, a dipingere una tela, a scolpire una materia, sarebbe meno facile trovare chi ci possa dire "questo non si può fare".
Non trovi?
La dimensione artistica del nostro fare non è scontata, è una conquista.

L'idea è già (un passo verso la) forma,
il resto, naturalmente, è la lotta per la forma.
Vedi che anche a te piace!
un saluto,
FR


postato da ddd lunedì 20 luglio 2009 alle ore 18:28

quello che piace a noi non deve per forza piacere anche agli altri, e a volte si può, ma a volte proprio no, e a volte anche lottare non serve, magari perchè a volte non si ha ragione....
e per certe opere non si può neanche essere indipendenti, altrimenti si dovrebbe avere un'impresa propria ed essere anche i propri clienti.
a volte mi sembri un po' viziata, come se tu non avessi clienti ignoranti o sciocchi, o che non pagano. O imprese arroganti o incapaci....
a volte mi chiedo se quello che scrivi è reale o invece pigli in giro quelli che ti leggono...
ciao
d.d.d.


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