era una frase che usava pronunciare nei momenti più impensabili, di punto in bianco, come a riprendere un filo sospeso, ma non perché volesse veramente lasciarla, bensì per potere convincersi di avere una scelta, per sentirsi capace di rinunciare a qualcosa che in realtà non possedeva.
ancora adesso ogni tanto le torna questa frase in mente e la ripete sottovoce o in silenzio, più per sentire, come allora, l’effetto di quelle parole dentro di sé che per l’effettiva intenzione di lasciarla (perché ora potrebbe farlo). e si rende conto con uno struggente senso di squallida tristezza che se così fosse non è la sua casa che lascerebbe, ma tutto ciò che la anima e ruota attorno ad essa, un qualcosa di meraviglioso che le sta accanto e l’accompagna in ogni istante con una piacevole invadenza, che la sostanzia per sottrazione, che la assorbe e si alimenta di lei in maniera insaziabile e prepotente, un qualcosa che si può dire allo stesso tempo simile e diverso, nel quale ama immergersi a capo fitto per confondere e sovvertire i limiti tra contenitore e contenuto, anche se a volte lo fa con resistenza, debole ma anche risoluta, dovuta al suo egoismo dietro al quale si celano la sua insicurezza e i suoi dubbi.
vorrebbe dire rinunciare a quel qualcosa di magicamente completo e fragile che spesso teme di compromettere, anche solo con questo pensiero, ora irriverente e fuori luogo.
una profonda tristezza nel vedere come la superficialità possa colmare e dare prestigio, occultare abilmente una mediocrità irritante e stucchevole; appena terminata e già superata e polverosa
[il rifiuto in me di mediare]
forse non dovrei più tornare a casa
trafelata per riuscire a stare al passo ad un omone burbero ricurvo su se stesso dai piedi enormi, il portamento goffo, i capelli arruffati e la barba brizzolata incolta, la voce chiara.
solo se vedi che sta male, se è sofferente, allo sbaraglio, nell’abbandono totale, anche di sé, se è infelice
solo se sai che sta bene, se è felice, nel pieno sostegno di un affetto incondizionato, se è ancora capace di sorridere con un sorriso sereno e sincero
con la pioggia e l’oscurità sempre più ravvicinata ho riscoperto la comodità e il calore di un rifugio
il primo golfino sul vestito leggero, e a piedi nudi
la leggerezza del tratto non è detto che sia inconsistenza [ti ho perdonato, prima ancora che tu potessi accorgertene]; senz’altro oggi è riuscita a colmare di quiete il mio essere minacciato da nubi funeste. [come mi risulta difficile evitare quei salti che attraversano il vuoto per poterti dire il mio pensiero, che non è concluso e non è lineare; è il mio limite, la parola spezzata dal silenzio]
il cuore è il primo organo e la prima parte del corpo che si genera e pulsa, prima ancora delle vene: il principio dell’esistenza di un corpo animato.
dovevo aspettarmelo, di imbattermi ed inciampare in ciò che avevo sorvolato nutrendo il pensiero, come una brace apparentemente spenta che al suo interno è ancora incandescente e alimenta calore.
e il corpo animato si nutre in quanto è animato, per cui il nutrimento è in stretta relazione con l’essere animato ed è ciò che genera il calore il quale ha bisogno di alimento in misura maggiore delle altre parti, poiché è esso causa di alimento delle altre parti.
mi piace pensare alla nascita come la prima partecipazione all’anima nutritiva nel calore, e alla vita come il perdurare di tale partecipazione
cancellato di nuovo, con rabbia, infastidito dalla sensazione opprimente di essere allo scoperto
un sorriso, più forte dello sguardo minaccioso quasi ridicolo
una mosca bianca
una mantide
quando ci sarà lei avrò più tempo per te, paradossalmente, un qualcosa di credibile
ancora adesso ama indossare con un unico gesto vestiti tutti d’un pezzo ai quali ricorre già dai primi tepori stagionali e di cui ne prolunga l’impiego anche nei primi periodi autunnali, rigorosamente senza calze perché le piace sentire come l’aria fresca a contatto con il calore del suo corpo sia capace di esaltare quel sentimento vitale che facilmente altrimenti le potrebbe sfuggire. a differenza di quando era bambina ora la statura e il passo deciso rafforzano la percezione di una forma conclusa e la definizione del suo spazio, il senso di immagine salda, per quanto solitaria, che si stacca da tutto ciò che la circonda, strade e vie che attraversa concentrata sull’intensità del contatto pesante e ribelle tra lei e ciò che da lei e su lei prende forma.
la tua ingenuità nel cogliere ciò che mi appartiene
la cosa più bella dell’estate è sempre stata per lei l’essenzialità dell’abbigliamento. fin da piccola al mattino la decisione su cosa mettersi si esauriva in un attimo davanti all’armadio spalancato nella scelta del vestito da indossare. e altrettanto velocemente era pronta per uscire, infilandoselo senza esitazione tuffandovisi dentro prima con le braccia e poi con la testa. era un piacere meraviglioso sentirsi scivolare addosso il tessuto fresco e ruvido del cotone, sentire il suo corpicino avvolto da un corpetto rinforzato a nido d’ape o da una sequenza di piegoline fitte e, nella parte inferiore al busto, da un tessuto ampio che contrastava, a volte delicatamente e a volte bruscamente, il suo senso di marcia o che subiva e ripercuoteva piacevolmente su di lei la brezza dell’aria. un’autonomia e imprevedibilità del capo d’abbigliamento che l’aveva spaventata a morte quando per essere stata particolarmente veloce (un folle recuperare di tempo dovuto alla sveglia che non aveva funzionato), appena salita sul pulmino della scuola, si è accorta di essersi dimenticata di avere indossato le mutandine, una paura tanto grande quanto la prontezza sorprendente con la quale ha emesso un urlo per farsi riaprire la porta e correre a casa con la scusa di libri dimenticati.
è sempre stata l’incredibile sensazione viva di se stessa avvolta da un velo estraneo a provocare in lei un senso di straordinaria sorpresa, ad aiutarla nell’esercizio difficile della consapevolezza e nell’azzardare quella complicata definizione del mondo interiore che finisce laddove inizia quello esteriore.
in cucina era una vera imbranata, non si era mai preparata da mangiare né le era mai interessato farlo. da quando abitava da sola però non aveva potuto evitare questo compito che le costava molta fatica e impegno. solo il pensiero di imparare per potergli un giorno preparare la cena la motivava seriamente impegnandola anche in piatti non facili, come il soufflé al formaggio o la parmigiana. solo che lui non voleva accorgersi di lei, non tanto quanto lei lo desiderasse. un sentimento talmente profondo che non c’era neanche bisogno di pronunciare il suo nome, e per dire di lui le bastava la prima lettera, una maiuscola, che presto diventò anche essa impronunciabile. e poi l’inevitabile decisione di smettere anche di cucinare, quel poco che con fatica, dedizione e molta creatività era riuscita ad imparare, fino a quando almeno non lo avrebbe potuto fare per lui. ogni tanto per accompagnare il pane e il formaggio alterna all’insalata qualche zucchina o una melanzana, bollite nell’acqua rigorosamente intere, per ridurre al minimo qualsiasi evidenza di preparazione.
ad ogni compleanno esprime sempre lo stesso desiderio, che le venga servita la parmigiana, che puntualmente non riesce mai a soddisfare la sua aspettativa e che gusta sempre con un’aria sovra pensiero, quasi triste.
è uscita dal portone lasciando alle spalle la penombra e l’odore umido degli stanzoni troppo grandi per essere penetrati dal sole, immergendosi nell’aria calda del mattino. si è accorta di sentirsi leggera e ha provato un piacevole senso di sollievo. quello stesso che prova ogni volta che lascia dietro di sé qualcosa, negli attimi in cui è consapevole di un nuovo inizio. quello stesso che prova ogni volta che sente di riappropriarsi di se stessa, senza ancora pensare al dopo.
solo le persone rozze e ingrate sanno resistere all’amore – [la tensione, il nervosismo, la chiusura, l’intolleranza, il divincolarsi, l’aggressività, il territorio, la mia forza distruttrice, l’annientamento, la negazione] - a quel sentimento di trasporto totale che porta al trionfo della felicità completa e della dignità, perché del domani non c’è certezza. i fauni innamorati delle ninfe sono invece capaci di mettere in atto tutti i possibili artifici pur di riuscire a sedurle, pur con l’inganno, un inganno apparente però, perché loro sono ben felici di farsi ingannare, in un gioco sottile e raffinato di seduzione.
– questa sua capacità di muoversi abilmente senza che nessuno si accorgesse di lei era una tecnica che negli anni affinò alla perfezione, così che la notte aspettava che tutti dormissero, un momento preciso che non fosse troppo presto e non troppo tardi, quando il sonno è il più profondo, per alzarsi ed arrivare per esempio nel salone collocato in una posizione di perno nell’abitazione fatta ad L, dopo un avanzamento lento e faticoso durante il quale faceva convogliare tutta la tensione dei suoi muscoli in una sorta di forza gravitazionale inversa secondo cui il peso rimaneva sospeso lungo un asse parallelo al pavimento, a circa 30 centimetri da terra; giunta finalmente nel salone richiudeva dietro di sé la porta lasciando fuori un mondo difficile, quasi ostile, ed era qui che poteva finalmente muoversi e pensare senza sentire il peso opprimente di sguardi e rimproveri; si versava un whiskey in uno dei bicchieri di cristallo intagliato disposti accanto alle bottiglie sul vassoio d’argento, e si sedeva sull'ampio davanzale della finestra alle spalle del divano di velluto di raso verde pallido. sorseggiava guardando la luna e le stelle, e i suoi pensieri, e ogni tanto, sotto di lei, anche i fanali delle rare macchine vagabonde per la città deserta; ad ogni sorso si sentiva un fuoco caldo che le bruciava la gola e le toglieva le forze, un fuoco che le scendeva fino giù fino allo stomaco, per avvamparle il viso e tutto il corpo un attimo dopo -
data la relazione di dipendenza in successione, un salto di qualità ulteriore sarebbe nel riuscire a quantificare l’inviluppo che li racchiude tutti.
[pigra, ma non esonerata. quando mi arrenderò a questo pensiero, alla fatica di concluderlo, riuscirò a trovare la motivazione giusta e lo stimolo per affrontare la sua soluzione.]
può essere solo un frammento quello che tu vedi di me.
fin quando c’è aggressività non può esserci la risoluzione di un conflitto
passando
la guida inaspettatamente insicura, confusa, pericolosa
in fondo potrebbe avere un fondo di verità, essere una provocazione alla sua incapacità di accettare la diversità, alla paura di rivivere il suo fallimento e soprattutto di dovere rinunciare ad un vanto, al suo volere dare, superfluo, solo a chi ha già.
il solo fatto di pensarla come un’ipotesi sarebbe come permettere una volta ancora invadenza e intromissione in un pensiero altro, alto, che non considera, e offende perché colpisce proprio nel punto più debole, quello dell’insufficienza.
non ricordo quando ho iniziato a desiderare di volere essere felice
o qualcosa del genere
il tratto delicato e sensibile, quasi timido: non posso dipingerlo su di te, un carro armato in piena corsa.
questa volta ti ho visto per quello che non sei
non voglio pensare a cosa possa voler dire, a come si sta richiudendo questo altro anello, voglio fare finta di nulla, per volere assaporare la sorpresa.
[le parole, che si lasciano rubare, con estrema facilità]
non per questo il tempo manca. basta organizzarsi, come fa tanta gente. vedrai, non cambierà nulla.
poterlo credere è già avere fatto un passo da giganti.
mi ha sempre aiutato l’idea di apprestarmi a fare ciò che altri hanno già fatto o stanno facendo, la prova della fattibilità, uno stimolo all’inventiva. era così ad ogni compito in classe, ad ogni esame.
la bravura di G consisteva nell’ottima resa realistica dei suoi soggetti, librerie piene di libri vecchi, una borsetta gigante color panna ricamata con perle e pietre, grappoli d’uva, corti interne e giardini chiusi, tutte nature morte. una volta deve anche avere dipinto un gatto, ma questo era stato l’unico soggetto vivo che avesse rappresentato (benché sembrasse alquanto imbalsamato), anche lui immobile in un atmosfera rarefatta, dimentica e polverosa, quella che si respira in ogni suo lavoro, come se la vita non riuscisse a infiltrarsi nelle sue visioni a ravvivare l’aria eccessivamente densa e carica di quei profumi che risvegliano i ricordi, quello del cuoio, del legno, del glicine, della polvere, dell’aria umida e calda d’estate, delle soffitte, degli armadi della nonna. quando non dipinge ama passeggiare e scrutare curiosamente dentro ad ogni portone, come se cercasse qualcosa. ed è proprio il tema dei portoni in legno di case antiche che ultimamente lo sta ossessionando, con un insistenza crescente, tutti raffigurati dal dentro, il limite interno con l’esterno. ne ha riempito il suo atelier in modo quasi compulsivo tanto da averli sovrapposti disordinatamente tenendoli vicino alla postazione di lavoro come se non avesse fatto in tempo a terminarne uno che si fosse già apprestato ad iniziare il prossimo, o come se fossero tutti i pezzi di una stessa cosa da tenere insieme per evitare che questa ne risulti incompleta; a differenza degli altri quadri che sono invece conclusi in se stessi, esposti in un modo per niente casuale secondo un metodo ordinato e pulito. dai portoni chiusi è passato senza esitazione a quelli aperti dai quali si può percepire la luce del sole che inonda lo spazio esterno senza per questo riuscire a penetrare oltre, al di dentro. l’ultimo però non procede, come se avesse imboccato una strada senza uscita. il tratto della matita e l’impalcatura del quadro buttati giù di getto, sospesi sulla musica ad alto volume, preferibilmente classica, preferibilmente monteverdi. davanti al portone spalancato, una sovrapposizione multipla di fondo bianco a cancellare dei segni di insoddisfazione. è stata una coincidenza che potrebbe sembrare del tutto fortuita che lo ha portato alla soluzione, una sorta di anticipazione dei tempi e allo stesso tempo la raffigurazione del passato, lui fanciullo dentro al suo mondo di adulto che guarda verso di lui, con le spalle in controluce, al centro di quel portone spalancato. un segno definitivo pulito e deciso su quell’unica macchia di bianco; l’atelier vuoto, i colori pronti all’uso, un passo tranquillo e lieve sotto il tepore del sole pallido che filtra debolmente attraverso le nuvole.
un piccolo pezzetto, un pochino solo [perché anche il tempo è una quantità, come una torta o un biscotto]
rimani accanto a me
una mano piccina che mi cerca e che si perde su di me
la distanza: un’economia di mezzi e di pensieri, una disciplina di [auto]critica che la superi.
giusto il tempo per un cambio veloce di valigia, e poi di nuovo la partenza. la corsa verso il treno e sulla banchina, mentre per il caldo si appresta a riporre via la giacca, la sorpresa di essersi sbagliato di valigia, di avere preso quella di lei, con tutti suoi abiti puliti e sporchi.
il desiderio di portarla con sé. Il desiderio di tornare da lei.
si è dimenticata di restituirle uno dei suoi documenti trattenendolo sulla sua scrivania.
si è dimenticata di farsi restituire un suo documento importante lasciandolo sulla sua scrivania.
il suo nome dalla finestra, prima che avesse girato l’angolo, già scomparsa dietro alla folta chioma degli alberi. risalendo le scale ha pensato che fosse un buon segno, che entrambe si erano piaciute, che entrambe non avevano voluto staccarsi l’una dall’altra.
ha bagnato le sue labbra con il vino, freddo tanto da appannare il bicchiere, la temperatura giusta. non le è bastato. ha avuto bisogno di qualche sorso ancora.
il mio mondo non ruota attorno a nessuno, solo a me stessa per la mia incoscienza, una condanna amara e insieme il mio senso di libertà. oro posso rinunciare anche a te, per avere tu rinunciato a me molto tempo prima di ora. le soluzioni più semplici sono sempre le più vere, le più audaci, e le più corrette. se avessi fatto altrimenti mi avresti reso una persona felice perché mi avresti amata senza compromessi e mezze misure, ma ti saresti ritrovato solo. per questo non te ne voglio.
ci siamo salutati, senza contatto, dicendoci quel ci vediamo presto che si dice facendo finta di nulla, come avesse potuto essere già domani, come se niente fosse cambiato, e invece quel presto sarà un tempo il più lungo possibile, interminabile. ecco ora il mare si è placato, le onde sono docili e il vento si è assopito, dentro. il distacco, un indifferenza leggera, una luce chiara.
il malinteso come la coincidenza non sono mai una casualità. troppe cose si ricollegano tra di loro per chiudere un insieme il cui senso è perfetto.
non posso dimenticare perché altrimenti rischierei di fare le scelte più semplici senza pensare a lei che cresce desiderosa e impaziente di assaporare e vivere un mondo che le promette ciò che c’è di più magnifico, la scoperta e il suo possesso.
se mi chiedi però di cercare un anello nel mare, questa volta non ti do ascolto, perché con le cose non è come con le idee.
Il momento tanto atteso di tornare alla normalità, alla confusione, agli impegni, e un po’ alla volta la consapevolezza di essere fuori luogo e di essermi dimenticata in fretta e troppo facilmente di quella leggera patina che impreziosisce gli esseri, di essere tornata a casa troppo selvaggia e noncurante, di sentire ancora dentro di me quel mare impaziente e le sue onde ruggire avidamente.
se non è errato pensare al calore come uno degli alimenti della vita, allora l’eccesso di calore così come il suo difetto portano alla fragilità, alla corruzione del benessere, alla malattia, fino nei casi estremi al soffocamento e all’estinzione di essa.
sicuramente non avrei sbagliato, e ho poggiato per tutta la notte la mia mano sul tuo dolore, affinché il calore del mio corpo nutrisse il tuo, una temperatura ideale per la similitudine del nostro essere, quella attraverso la quale ogni diversità si stempera e ritorna all’equilibrio.
Luisa e Giovanni abitano in un palazzo del medioevo ampliato nel rinascimento nel pieno centro di una piccola ma florida città di provincia veneta, subito addossati alla piazza centrale sulla quale si affaccia il palazzo signorile; durante l’ultima radicale ristrutturazione nei muri portanti sono emersi da sotto un fitto strato di malta archi acuti lasciati poi a vista. anche Maria abita in un palazzo storico, edificato da una ricca contessa all’inizio dell’ottocento, poco distante dall’Hofburg, e in qualche maniera, per il suo spirito romantico, prova una grande emozione nel pensare che quella nobile donna si sia data la pena di costruirle con due secoli di anticipo la sua attuale abitazione. anche Cristina abita in un edificio storico, ma meno prestigioso; si tratta di un’architettura rurale ai margini della città rinascimentale, originariamente un granaio o un fienile, un edificio ampliato successivamente nell’ottocento, pur mantenendo un carattere popolare. anche lei è sensibile come Luisa e Maria al fascino delle stratificazioni e alla continuità nel tempo, a quella necessità che ne determina la durata.
Beatrice invece abita in un palazzo del secondo dopo guerra, un’architettura più razionale e meno suggestiva; il suo sogno sarebbe però quello di abitare in un palazzo degli anni ’70 davanti al quale le capita di passare al ritorno dal lavoro, con grandi vetrate su balconi le cui ringhiere sono decorate al centro con una grande foglia in ferro battuto di castagno che ai non esperti e più maliziosi può facilmente far pensare ad una foglia di cannabis.
Alessio vive invece in un modernissimo attico vetrato che si affaccia sul Central Parc la cui vista domina tutta la città, un ottimo contesto per valorizzare un arredo di mobili e soprammobili antichi alternati ad oggetti di design, molti del Bauhaus, le pareti e pavimenti in pietra rigorosamente bianchi. oramai sono molti anni che vive a NY, dove si occupa di finanza, dopo avere conseguito un dottorato con i massimi voti in economia presso la H.University. grazie ad un operato corretto ed affidabile, la sua popolarità non è stata minata dal crollo della borsa di qualche anno fa, rimanendo illeso dalla crisi economica che ha invece travolto impetuosamente e senza riserva amici e colleghi.
Cristina è l’unica a non avergli ancora fatto visita nella sua abitazione da sogno. la prima occasione mancata è stata molti anni fa, a settembre. in quegli anni Cristina era ogni estate molto impegnata, lavorava per mettere da parte qualche soldo per l’inverno; i suoi genitori erano contrari al fatto che fosse andata via di casa per fare degli studi che non condividevano e cercavano di farla tornare riducendo al minimo il loro sostegno economico. a Settembre il lavoro stagionale terminava, faceva il supervisore in una grande piscina privata all’aperto in una località sulla costa tirrenica, dopo di ché, prima di riprendere il semestre invernale di studi, si riposava facendo un viaggio da sola o andando a trovare degli amici. Alessio le aveva raccontato di un console suo conoscente che dopo avere visto una sua foto aveva chiesto insistentemente di lei, e che ora non vedeva l’ora di conoscerla; lei l’aveva trovata una cosa curiosa e piuttosto insolita, ma non ci aveva dato più di tanto peso. perché quell’estate si era innamorata, di un ragazzo più giovane. non se l’era sentita di lasciare la città nella quale sapeva che c’era anche lui, poco le importava se si sarebbero effettivamente visti (sperava che prima o poi sarebbe dovuto succedere), perché si rendeva conto che lei (inspiegabilmente) non era in cima ai suoi pensieri e che assolutamente non rientrava nelle sue priorità. l’ultima volta che si sono incontrati è stata alla fine di settembre, in un negozio di giocattoli del Corso, dove lei ha trovato finalmente un caleidoscopio, un dono per il suo primogenito. poi è tornata agli studi senza mai più farsi viva. Alessio per qualche anno ha rinnovato il suo invito, fino a quando una volta si è dimenticato di farlo, definitivamente. Cristina pensava che era stato molto facile rinunciare ad una città, non altrettanto facile era stato rinunciare a lui, ma in qualche modo quelle rinunce si equivalevano.
le prime nuvole, che rendono questa partenza molto più facile.
la casa di Beatrice è invece arredata con un gusto meno pretenzioso. i pochi oggetti d’arredo antico, una credenza , un tavolino, una poltrona, quattro sedie, e alcuni soprammobili sono tutti doni di Luisa, che piacciono molto a Beatrice per il solo ed esclusivo valore affettivo. ogni tanto Maria le regala qualche vaso di porcellana o di vetro, delle vere occasioni alle quali non è riuscita a resistere, e questi finiscono inevitabilmente in qualche angolo nascosto e buio come per evitare che possano in qualche modo disturbare l’atmosfera evocata da quelli provenienti dalla casa materna e paterna, nonostante questi siano però in modo assoluto esteticamente consoni ai primi. per il resto l’arredo segue uno stile contemporaneo, un design a volte poco costoso e di larga diffusione, personalizzato con un gusto leggermente esotico per la presenza di oggetti etnici collezionati duranti i suo viaggi vicini e lontani.
a casa di Cristina invece, che da sempre ha avuto un senso di oppressione dall’infinità di oggetti e dal carattere troppo personale e rigido della sua abitazione d’origine, ha un rigetto per tutto ciò che è decorativo e superfluo. difficilmente riuscirebbe ad abitare in una casa di nuova costruzione, per di più lontana dal centro, come sicuramente non farebbero neanche Luisa e Maria, per il resto però a casa sua non ci sono quadri alle pareti, non foto di famiglia o qualsiasi altra immagine. i molto doni ricevuti in occasione del suo matrimonio sono rinchiusi in armadi, e gli unici pochi oggetti esposti sono giustificati o da un loro uso, come per esempio un vassoio d’argento sul quale ripone la frutta fresca, oppure da un senso di minimo decoro. l’esposizione di questi ultimi è però costantemente minata dal suo desiderio di farli sparire, definitivamente. Luisa, un pozzo inesauribile, ha pensato ad un certo punto, quasi per compassione, di portarle un po’ alla volta in occasione delle sue rare visite dei tappeti attinti dalla sua numerosa collezione; quando Cristina improvvisamente si è accorta che il pavimento era sparito sotto una distesa continua di colori e forme geometriche e floreali non ha esitato con un senso di liberazione ad arrotolarli uno ad uno, e di riportarli tutti indietro. i pochi mobili da lei scelti sono in uno stile essenziale, raffinati per il loro misurato e delicato equilibrio. un'essenzialità che viene riscaldata da un tocco di colore, perché a Cristina piacciono i colori, insieme leggeri e vivaci, a volte insoliti. la cosa che più le piace di casa sua sono le due lampade simmetriche del salone che partono dal soffitto e arrivano fino a terra, una successione di palle in vetro di murano soffiato leggermente colorate di gusto anni settanta-nordico, secondo lei le più belle lampade in assoluto, unico motivo che l’ha spinta a sceglierle; quando sono accese proiettano un’alternanza di ombre leggere che animano le pareti completamente spoglie in grassello di calce accendendo a loro volta la delicata ed altrimenti impercettibile tonalità di un rosa antico.
entrambi ricalcano in maniera estrema e a volte esasperata il gusto innato e molto personale di Luisa, che a sua volta, sull’impronta della villa nella quale è nata e cresciuta, si è circondata di un’infinità di mobili ed oggetti carichi di significati e di ricordi, atti a colmare il distacco dalla sua famiglia avvenuto con il suo matrimonio e magari anche per una carenza affettiva da parte di genitori di vecchio stampo della ricca borghesia dell’inizio del secolo scorso, i cui numerosi figli venivano mandati tutti in collegio e seguiti durante i loro soggiorni a casa da personale addetto esclusivamente alle loro cure. con il suo buon gusto ha però molto presto affinato e di gran lunga superato lo stile della sua casa d’origine.
Luisa è una di quelle donne la cui bellezza è esaltata dalla loro classe e personalità. con il suo modo di fare è capace di vestire qualsiasi capo, firmato e non, e persino gli stracci addosso a lei sembrano usciti da una sartoria prestigiosa. e così è pure per l’arredamento della sua casa. negli anni si sono aggiunti mobili acquisiti presso antiquari e mercatini, pezzi costosi e non, che ha saputo valorizzare combinandoli insieme con grande abilità ed inventiva, creando un ritmo equilibrato e differenziato attraverso ogni singola stanza facendo della sua casa (con il suo essere) un tutt’uno. la sua particolarità è che non ha oggetti singoli ma fa in modo di averne diversi dello stesso genere formando piccole e grandi collezioni. ci sono le collezioni di soprammobili in argento, quella di oggetti provenienti da bomboniere, bicchierini per il liquore, portaceneri, cornici portafotografia di tutte le misure, saliere, oppure le collezioni di porcellana di diverse provenienze, quella di figure di animali, quella delle tazze da cioccolata con paesaggi romantici, di zuppiere con temi floreali, o anche la collezione della frutta in vetro con oro zecchino, quella di bottiglie in vetro soffiato, di bicchieri veneziani in vetro d’epoca, di tartarughe e coccodrilli in avorio e pietre dure, la collezione di piatti d’epoca con scene mitologiche o con uccelli o con fiori e ghirlande in parte provenienti dalla sua casa d’infanzia, , regali della madre o provenienti da lasciti, oppure quella dei piatti di natale danesi iniziata molti anni fa, la collezione di icone preziose, quella di cinture e bracciali in argento provenienti dalla mongolia, quella di scatolette dipinte a mano con lupi o uccelli dalle piume d'oro, o di portasigarette e tabacchiere in argento incastonate di pietre preziose e non, ed ancora, in cucina la collezione di pentole in rame, e persino nei bagni quelle di profumi e di saponette, e tante altre. il pavimento è una sovrapposizione continua di tappeti antichi di ogni provenienza e dimensione, così come anche le pareti, fitte di quadri grandi e piccoli di ogni epoca e di ogni soggetto, ad eccezione dell’astratto.
la casa è da sempre stato il suo sfogo, un passatempo che l’ha completamente coinvolta, soprattutto nei momenti di grande preoccupazione e difficoltà emotiva. se qualcosa le oscura l’animo allora la capovolge spostando mobili, quadri, piante, e ricomponendo il tutto con soluzioni inedite. se è in visita da uno dei suoi figli è facile che tornando dal lavoro questi trovino mobili, soprammobili e quadri spostati secondo soluzioni per lei migliorative che l’hanno tenuta impegnata per tutta la giornata esaurendo le sue energie e bruciando la noia dell’attesa. E così anche per casa sua: ogni volta che le si fa visita c’è sempre qualche novità nella sistemazione dell’arredo dovute a volte a nuovi occasionali acquisti. l’ultimo di questi, di cui è particolarmente fiera, è stato un tavolo in noce lungo oltre tre metri della fine dell’ottocento proveniente con molta probabilità da una sala di consultazione di una biblioteca, che ha collocato senza esitazione nella sala da pranzo. ciò non ha comportato solo lo spostamento del vecchio tavolo, ma anche tutto un giro di sedie, tappeti, lampadari, appliques (inclusa la realizzazione di appositi punti luce altrimenti inesistenti), centritavola e candelabri, in modo da valorizzare al meglio la nuova situazione. non sembra abbia collegato che anche il tavolo da pranzo della sua casa d’infanzia era una tavolata lunghissima, ancora più lunga di quella da lei acquistata, in noce massiccio trattato alla cera, meno raffinato del suo, rifinito invece con vernice lucida e con i lati più cortii arrotondati a semicerchio.
la nostalgia accomuna Alessio e Maria. entrambi hanno raccolto lentamente un’infinità di oggetti per fare rivivere la loro infanzia popolata di luoghi e di persone care, arredando le loro abitazioni secondo un disegno preciso e consapevole, Maria con un gusto più femminile, grazie ad una cura del dettaglio quasi ossessiva, Alessio in modo più sobrio ed essenziale. quest’ultimo è molto attento nella scelta dei pezzi che acquista, pochi ma solo quelli di prestigio che corrispondono perfettamente a ciò di cui lui è alla ricerca. Maria invece ha un approccio meno rigido, si lascia facilmente conquistare da oggetti che rappresentano una variazione al tema, che in qualche modo circoscrivono e si avvicinano a quel mondo che vuole fare riemergere tra le sue mura, e i pezzi da lei acquisiti non sono necessariamente quotati e la loro preziosità sta nell’averli scelti e riportati in vita, uno accanto all’altro. a casa sua le pareti sono tappezzate alla maniera delle gallerie illuministe in un fitto accostamento e sovrapposizione in altezza di vedute, raffigurazioni mitologiche e ritratti; le porcellane d’epoca a temi floreali e mitologici, zuppiere, centritavola, brocche, piatti, tazze e tazzine sono talmente numerose da essere distribuite non solo sui mobili ma anche a pavimento, oramai quasi in ogni angolo, tanto che perfino la cucina si è trasformata in un salone con un numero considerevole di zuppiere, tazze e piatti d’epoca occupando ogni superficie a diposizione. la sua camera da letto è diventata un po’ alla volta la ricostruzione di quella della nonna materna con mobili in legno in stile liberty da un disegno geometrico regolare, cassettiera e comodini con ripiano in marmo rosso di verona, letto con testata, armadio con uno specchio ampio sull’anta.
Alessio oltre che per la porcellana, ha una predilezione per il vetro di murano, quasi esclusivamente seguso e venini, sicuramente un ricordo delle ore in cui il padre lo teneva in braccio ogni notte quando piccolissimo non voleva più dormire e gli mostrava, con la pazienza carica di compiacenza che ha un padre per il primogenito maschio, una ad una tutte le bottigliette della collezione di liquori di Luisa conservati dentro una angoliera in noce rinascimentale il cui interno si illuminava non appena le ante venivano aperte, mettendole in contro luce e muovendole lentamente perché si illuminassero di colori brillanti e meravigliosi.
ho detto sottovoce, quasi tu potessi non avere sentito, forse senza neanche formulare una frase compiuta, di me, con te
un qualcosa che non avevo mai detto, che non sapevi e non ti aspettavi. ho visto il tuo viso assaporare un piacere profondo, e mi hai stretto forte, intensamente; un qualcosa che ho rinchiuso di nuovo dentro di me, perché superfluo ripetere
ho immaginato di sentire già il profumo di quando si torna in città, a settembre.
Beatrice è la più piccola dei quattro. si potrebbe dire quasi una figlia unica, se non fosse stato che nei suoi primi anni d’infanzia vivessero in casa anche i fratelli maggiori. poi, molto presto, con la scusa degli studi universitari, questi sono andati a vivere da soli trasferendosi altrove, ognuno per conto proprio. Alessio a dire il vero era stato allontanato prima della matura età, internato da bambino in un collegio torinese dove gli sarebbe stata impartita un’ottima educazione e la disciplina, così che da sempre erano poche per lui le occasioni di stare in famiglia.
Luisa diceva apertamente con una leggerezza e con un’indelicata ingenuità della quale sola lei è capace, che non era stata una gravidanza programmata, che era capitata per caso, per errore, una inaspettata doppia ovulazione. così che Beatrice è cresciuta con la convinzione di essere una bimba indesiderata sotto un velo leggero di negatività, sempre in agguato quando meno se l’aspetta, pronto a calare sulla sua felicità e sulle sue aspettative.
da bimba le è sempre piaciuto fare lunghi soliloqui ad alta voce, in autobus, per strada, al parco, a casa. a quattro anni il suo gioco preferito era di salire sulla sua piccola bicicletta, una volante potente e veloce, all’inseguimento immaginario di banditi pericolosi e senza scrupoli.
all’elementari si è iscritta di sua iniziativa al WWF e conosceva già molto bene la carta dei diritti dei bambini.
a seguito di una carriera veloce e brillante è ora un alto funzionario della polizia e collabora con europol in indagini delicate sul traffico dei minori, tratta di persone e sfruttamento della prostituzione.
la prima parola consapevole di Beatrice non è stata mamma bensì Ima, il suo primo disegno Cristina. ancora adesso è lei che cerca nei momenti difficili.
Cristina le ha detto che per un po’ sarebbe stato meglio se non si sarebbero più parlate, non ha potuto accettare i suoi rimproveri anche se si è resa conto che è stata nuovamente colpa di quell’ombra scura e cupa sempre in agguato su di lei, che l’ha nuovamente ferita scatenando uno sfogo di rabbia velenosa mista a dolore. solo che questa volta Cristina non può darle conforto, sfacciatamente fortunata proprio in ciò di cui Beatrice si sente ingiustamente privata.
questa notte sono stata svegliata dalla luce della luna piena, come fosse stato un richiamo. in lontananza un giocoliere con il fuoco in una danza primordiale, le onde assopite
[oltre alla coincidenza dell’inizio con la fine] il cerchio come non lo avevo ancora pensato: la compresenza dei contrari, del concavo e del convesso, così come dei movimenti opposti simultanei (punti che si muovono da destra a sinistra e altrettanti da sinistra a destra contemporaneamente, oppure dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso).
come stai?
bene, ho solo bisogno di riposo
il desiderio che ritorni la quiete, che l’acqua si distenda e che l’aria si faccia di nuovo leggera.
regalandomi dei vecchi strumenti di misurazione tra cui anche quelli da lui usati da giovane, come per esempio un righello abbinato ad un cerchio sul quale sono riportati i 360° che conservo ed uso tuttora, mio padre mi ha raccontato di suo zio Graziano. una persona umile senza una vera istruzione, però molto ambiziosa, ossessionato dal problema della quadratura del cerchio, tanto da finire i suo giorni isolato da tutti, immerso fino all’ultimo tra i fogli infiniti di disegni carichi di segni e calcoli di verifiche incomplete e fuorvianti. ho sempre pensato curioso l’ostinato accanimento del lontano parente in questa impresa impossibile. a dire il vero ho addirittura dubitato della sua esistenza, credendolo piuttosto uno dei personaggi dei racconti fantasiosi di mio padre.
se così fosse sarebbe troppo facile
se così fosse sarebbe stato fin troppo semplice
impossibile senza di te, che credi in me, senza mai dubitare
i tuoi capelli arruffati dal vento, gonfi di salsedine, il tuo viso, i tuoi occhi.
non mi ero accorta di quanto tu abbia veramente bisogno di me. quante bugie e cose taciute, tenute nascoste. la tua fragilità e la tua insicurezza. ho disegnato un cerchio grande come una mano ed insieme abbiamo ideato una leva che abbassata visualizza la p e alzata la b, per unire due lettere che ci legano.
mi hai chiesto se posso aiutarti con la quadratura del cerchio. in realtà è stato come chiedermi di farla per te visto che non sapresti da dove iniziare. la cosa divertente è che tu creda veramente che io sia capace di ciò che mi chiedi. le tue richieste impossibili. il tuo solleticare la mia immaginazione, che ama le sfide, e che follemente ti dà anche ascolto.
per strada anche S mi ha presa per mano, lo fa ancora quando usciamo insieme, nonostante al suo passaggio risvegli il desiderio di molti [perché fintanto che c’è piacere e dolore, c’è anche il desiderio].
vorrei sapere cosa rimarrà loro delle serate sdraiati sulla sabbia a guardare le stelle, affascinati e preoccupati di più dal volo basso di pipistrelli, o dalle onde giganti e ruggenti, dal muro spumeggiante che avidamente divora la spiaggia, della raccolta di legni e legnetti, dei falò e la carne abbrustolita, delle tartarughe affamate nutrite con bucce di pomodori e pesche, dei tuffi dall’isolotto in mezzo al mare, dei pescecani al seguito, di una chitarra trovata abbandonata sulla sabbia bagnata, curata e adottata … comunque non abbastanza, non nell’essenziale.
che questo mio silenzio ti faccia riflettere, più di molte parole. il paradosso dell’assenza al centro dell’azione, forse potresti riuscire a capire.
vorrei scrutare dentro di loro, in ciò che porteranno con sé di me e del tempo nel quale camminando hanno allungato la loro mano per essere guidati e sorretti dalla mia.
dopo giorni di agitazione violenta le onde si sono placate.
non dentro di me.
la stanchezza dissolve ogni iniziativa, brucia ogni volontà, nel caldo penso alle azioni che non riesco a compiere. un vuoto anche in queste parole, che affogano nella noia.
mi sono comunque tolta un’altro grande peso di dosso, senza dovere rendere conto a nessuno, una grande conquista, un economia indispensabile di energie.
M dice che sono talmente bella che bisogna farmi una foto. ha capito che, data la sua abilità distruttiva, solo così riceve il permesso di usare la macchina fotografica. poco importa se le inquadrature siano parziali e storte, anzi.
forse che la [mia] maturità sia quella di riuscire finalmente a stabilire dei limiti, ad eliminare, a non cedere ai ricatti [affettivi], a sorvolare.
una macchina cabriolet e una moto, di sabbia, completi di accessori.
il capovolgimento definitivo, a testa in giù, il concavo e il convesso che combaciano secondo un assestamento insieme preciso, delicato e ruvido, come una nave che affonda e tocca finalmente il fondale di sabbia con un tonfo sordo e grave
la felicità nelle mie mani, sfacciatamente, in modo così facile, quasi con prepotenza.
negli attimi di lucidità capace di quel qualcosa di imprevedibile e spiazzante che ti potrebbe per sempre impedire di lasciarmi, non senza rimpianti.
il volto che voglio mostrarti oggi è il volto della generazione: l’essere e il non-essere reciproco, il contatto indispensabile, tra contrarietà [se ci fosse similitudine ci sarebbe mescolanza, come il sale con il pepe, l’acqua con il vino], la cui ragione risiede nella necessità in una continuità ciclica
poiché non può prescindere dalla (successiva) corruzione
la generazione, diversa dall’alterazione
una questione di forma, la cui materia è già, potenzialmente
ha sentito il calore improvviso, e si è spostata per guardare quel raggio di luce diafano tinto di rosso, il sole come una mano tesa verso la vita.
quest’anno sono in tutto quattro le mie stelle cadenti
quelle di P cinque, una però l’ha regalata al padre. ora è ansioso di sapere quanto deve aspettare perché i suoi desideri si avverino, per possedere ciò che ha desiderato. solo che i desideri perchè si realizzino non vanno svelati.
i miei non hanno tempo, ad eccezione di uno, quello per E, il cui tempo è assoluto, poiché contempla anche il passato.
ha desiderato per molti anni di poterlo abbracciare, e solo la consapevolezza di un desiderio impossibile le ha permesso di condividere quasi serenamente con il difficile sentimento di privazione. si sono ritrovati soli, casualmente e in modo del tutto inaspettato, e altrettanto casualmente e in modo sorprendentemente naturale si sono avvicinati l’uno a contatto con l’altra, in una tenera e forte stretta, che li ha legati per sempre.
il contatto, reciproco, il coinvolgimento di ciò che muove e di ciò che è mosso, il disequilibrio che tende ad un equilibrio.
il contatto, che presuppone un elemento terzo, estraneo, tutto il resto.
responsabile della mia felicità
mi sono stretta a te, per avvicinarti a me.
si era ricordata dell’emozione forte che aveva provato nell’abbracciare Massimo dopo molti anni, quando Amir le ha offerto un passaggio in moto da bruxelles a parigi, dove si sarebbe incontrata con Nicolas e Marc; Laura li avrebbe raggiunti il giorno dopo, in treno.
lo ha stretto forte per paura di cadere. sotto di sé vedeva scorrere velocemente l’asfalto e il suo unico appiglio era lui, intento alla guida. avrebbe potuto stringerlo quanto voleva che lui non avrebbe potuto fare nulla, e sicuramente non si sarebbe fermato; avrebbe pensato che aveva freddo o che non era abituata alla velocità e alle distanze di percorrenza lunghe. ha poggiato quasi subito il viso sulla sua schiena per proteggersi dall’aria che tagliata dalla velocità della moto era a sua volta una lama tagliente. ha chiuso per un tempo indefinito gli occhi e si è accorta di come si aggrappava alla vita con forza, allo stesso modo in cui aveva fatto quella notte con Pawel, sullo sfondo del rumore monotono e assordante della velocità: ha sentito di essere padrona della sua vita e che in ogni attimo avrebbe potuto decidere sulla sua fine: sarebbe bastato allentare la stretta, sollevarsi leggermente e lasciarsi scivolare lentamente, di lato, per essere risucchiata all’istante da un vortice inesorabile.
anche Adamo ha una moto.
le ha detto che quando si sarebbero visti l’avrebbe abbracciata forte.
A è ritornata sul tema dell’affresco delle divinità mitologiche del salone principale, dei gradini in legno decrepiti, delle impalcature fatiscenti, sulla cornamusa di magnifici pomeriggi perlustrativi, sulle lunghe descrizioni estremamente precise e complete: perché tutto è legato insieme, perché tutto ritorna e si dispiega, perché quello che è stato è la chiave di ciò che sarà.
qualche anno dopo Cristina è scappata di nuovo di casa, questa volta faceva sul serio, non aveva intenzione di tornare. ha chiesto ospitalità a Pawel, un suo compagno di classe che quell’anno viveva da solo, in un monolocale, perché i suoi genitori erano partiti per una missione nell’america centrale per un tempo troppo breve perchè fosse conveniente che cambiasse scuola.
- era stata Maria ad andare in discorso e a ricordare quella fuga, lo aveva fatto con un tono di provocazione che usava quando voleva pungere nell’intimo Cristina pensando di ricordarle un passato scomodo per i suoi comportamenti sregolati e insensati di un tempo, dovuti alla sua incapacità di adeguarsi alle regole. quando erano piccoli si coalizzava con Alessio ed insieme ricordavano questi episodi, magari dopo neanche tanto tempo dagli accaduti, davanti ai loro genitori, affinché ne risaltassero a confronto le loro qualità di figli perfetti e diligenti. Beatrice era ancora troppo piccola per capire e partecipare alle discussioni, e se non si allontanava per andare a vedere mazinga o heidi ascoltava con un espressione sul viso di indifferenza e di noia. adesso che erano grandi lo spirito con i quali ricordavano questi episodi non era cambiato, rimaneva il tono di superiorità e soprattutto di maturità che Cristina ancora non dimostrava di avere. Maria però, contrariamente da Alessio, si accorgeva a volte di esagerare e cercava subito di recuperare il sorriso di Cristina prima che questa si inasprisse ed si adombrasse definitivamente, dedicandole delle attenzioni particolarmente carine, come mandarle dei bacini carichi di un affetto genuino, o chiederle di cose sue personali con un sorriso dolce tanto da denotare un interesse sincero, anche se poi non riusciva veramente ad ascoltarla, o invitarla a bere un tè o una spremuta mista di arance e limoni al bar di Eugenia-
hanno dormito insieme nell’unico letto a due piazze della piccola camera da letto. di giorno ognuno faceva la propria vita; la chiave della porta d’ingresso rimaneva come sempre appesa ad una cordicella recuperabile attraverso la fessura della buca delle lettere che si trovava sulla porta stessa.
durante la seconda notte si è avvicinata a lui e lo ha stretto forte, aveva bisogno di sentire il rumore e il movimento del respiro, voleva ricordarsi di come fosse perché da tempo non riusciva più a percepire il suo, aveva bisogno di sentire di nuovo un soffio caldo di vita sul suo volto. lo ha stretto intensamente e lui senza parlare l’ha lasciata fare cingendola a sua volta con il suo braccio risoluto ed energico. si è aggrappata a lui e lui l’ha sorretta per tutta la notte.
al mattino ha avuto lo slancio di baciarlo, teneramente, come non aveva ancora baciato nessuno, e come nessuno lo aveva baciato fino ad ora, glielo ha detto posando dolcemente la sua grande mano sulla sua piccola nuca, imbrigliando le sue lunghe dita nei capelli di lei, morbidi e arruffati dal sonno, profumati ormai anche del suo odore. si è alzata che era ancora presto, nonostante quel giorno non ci sarebbe stata scuola, e mentre lui assonnato la guardava dal letto, si è vestita e se ne è andata, per tornare a casa. aveva capito che non ce l’avrebbe mai fatta da sola, non ancora, aveva percepito perfettamente la dimensione di quella privazione che cercava di colmare, quel calore di cui aveva bisogno per riscaldare la sua anima, la fragilità e la vulnerabilità del suo essere. quella mattina aveva deciso che non avrebbe più abbracciato nessuno se non per condividere la sua felicità. entrambi non parlarono mai più di quella notte, e di nulla altro che potesse essere veramente personale, neanche a distanza di molti anni, quando le loro strade si erano definitivamente allontanate tanto da non poterli più esporre a confusione e disorientamento.
coricate sulla spiaggia per avere davanti a noi solo un’infinita distesa di stelle, sperando magari di riuscire a vederne qualcuna cadente. abbiamo cercato di immaginarci l’antimateria, grande come un continente.
ha chiesto di me, e le ho raccontato di come ero alla sua età. poi ha detto una cosa del nonno che mi ha commossa, per avere saputo cogliere con saggezza e profondità una piega sottile della sua bontà. ho interrotto il respiro perché nel buio non si accorgesse delle mie lacrime, ma eravamo troppo vicine perché non percepisse la mia immobilità, sospesa su un attimo interminabile, incapace di riprendere fiato. ha chiesto se avessi bisogno di un fazzolettino, dopo di che ha tirato fuori con molta disinvoltura dalla sua prima borsa firmata un rotolo di carta igienica facendomi sorridere. porgendomelo ha aggiunto “kreatives Denken!” e siamo scoppiate a ridere abbracciandoci forte, ancora per molto supine sulla sabbia fredda, due punti dell’infinito.
Cristina aveva scoperto come fosse meraviglioso stringere forte qualcuno in occasione della sua prima fuga da casa. era riuscita a sgattaiolare fuori senza che nessuno se ne accorgesse, in punta di piedi, lentamente, facendo attenzione di camminare lungo le pareti e addossata al mobilio affinché il parquet non scricchiolasse, con il fiato sospeso mentre abbassava la maniglia e richiudeva dietro di sé la porta di casa con un rumore secco e preciso, tanto da non potere destare sospetti, e poi giù di corsa per lo scalone, fuori dal portone, attraverso il cortile, al di là del cancello, fino all’angolo con la prima strada dove Massimo puntuale l’aspettava al semaforo con la vespa accesa. non era mai stata così contenta di vederlo, gli era grata del suo aiuto, senza il quale non sarebbe mai riuscita ad evadere. complice era stata anche l’azione a sorpresa che i suoi mai si sarebbero potuti immaginare ed aspettare, perché in fondo Cristina aveva un carattere dolce, docile, remissivo, consenziente, e almeno questi erano i principi a cui era stata educata.
durante quella corsa all’imbrunire di un freddo pomeriggio invernale, Cristina aveva stretto forte Massimo, con una pressione gradualmente crescente. avevano lasciato dietro di sé la continuità fitta delle strade edificate e ben illuminate del centro per inoltrarsi nel paesaggio sempre più ampio e rado delle colline subito fuori dalle porte della città, lungo una strada sempre più stretta e tortuosa e sempre meno illuminata cosicché alla fine l’unica luce davanti a loro era il fascio debole e traballante del cinquantino. e più lo stringeva, più sentiva il calore del corpo di lui irradiarsi al suo, da sempre fragile e ora per di più infreddolito, un calore che passava prima dal petto e dal ventre, per poi ramificarsi agli arti e raggiungere delicatamente ogni fibra, anche la più profonda e nascosta. Non aveva mai stretto nessuno con così tanto trasporto ed audacia, o meglio, non vi era stata mai un’occasione tale per cui qualcuno avesse potuto prestarsi a tanto. desiderava che quella corsa folle e incosciente non finisse mai e che mai avrebbe dovuto sciogliersi da quell’abbraccio che nutriva generosamente il suo essere apparentemente debole e sicuramente stanco.
quando arrivarono alla casa dei fine settimana dei suoi genitori, la festa di capodanno era già iniziata: mancavano solo loro due; le stanze in penombra erano piene di ragazzi chiassosi, compagni di scuola loro e del fratello, più grande solo di un anno, molti stravaccati per terra, sui letti accanto alle montagne di cappotti, e sui divani, altrettanti in piedi, ovunque, con in mano birra o vino, la musica soffocata dalle loro voci. Massimo ha subito raggiunto la sua ragazza e l’ha baciata, Cristina ha curiosato in giro salutando un po’ tutti. non c’è voluto molto perché il telefono squillasse, era per lei; questa è l’ultima cosa che si ricorda di quella sera, non si ricorda infatti se abbia fatto il brindisi con i suoi amici, cosa comunque improbabile, e di come sia tornata a casa, sicuramente non stretta forte a Massimo perché questo non avrebbe potuto dimenticarlo, e ancora di più non si ricorda quale fosse stata la punizione impartitale. dopo le vacanze natalizie Massimo ha lasciato la sua ragazza e si è avvicinato sempre di più a Cristina, tanto da seguirla anche nelle vacanze estive, andando in campeggio nella stessa località dove lei usava andare ogni anno con i suoi genitori, nonostante fosse stato cosciente che sarebbero state ben poche le occasioni per vederla e stare solo con lei. in autunno Cristina si sarebbe trasferita anticipatamente in un'altra città, in un altro paese; avrebbe alloggiato presso la pensione di un collegio di suore del Sacro Cuore, un enorme edificio cupo in stile neogotico con mattoni a vista, immerso in ampio parco con platani e querce secolari. sarebbe rimasta lì da sola per qualche mese, fino a quando la sua famiglia non l’avrebbe raggiunta, giusto il tempo per organizzare e rendere effettivo un trasferimento preannunciato con brevissimo anticipo.
il mare in tempesta, in burrasca, veemente
dentro
chiudo gli occhi per vedere gocce pesanti che risvegliano l’odore secco dell’asfalto e della terra
con violenza
dolorose
il suono delle loro voci, felici, in agitazione
e un piccolo bruco dal volto meraviglioso
che dorme quando sono sveglia e si sveglia quando dormo
ciò che brucia e che mi consuma
dentro
non so più che giorno sia, e ho difficoltà anche con le ore, nonostante l’andamento del sole sia di facile aiuto, cosicché scopro di avere perso un giorno, quasi lo avessi superato senza fatica, una sorta di sollievo.
la generazione, quel qualcosa che nasce da ciò che non è, un qualcosa che inizia da ciò che si esaurisce, quel qualcosa che è già prima ancora della sua forma.
sono stata in paese molto presto. la strada più breve è quella che passa per la spiaggia. due ragazzi bellissimi e una ragazza altrettanto bella, tanto esile quanto i ragazzi forti e statuari, intenti in un gioco euforico e furbo, di seduzione tra sabbia acqua e birra.
al ritorno ho raggiunto S, P e M in una piccola insenatura con una spiaggia riparata, una piscina naturale con acqua di cristallo. quando li ho intravisti dall’alto ho provato un senso pieno di gioia, quello stesso che è dilaniato senza sconti dai loro toni di voce scontrosi. responsabile anche di questo.
eppure non c’è coinvolgimento, non c’è partecipazione, come se fossi qui, e potrei essere in qualunque altro luogo, per svernare. la stanchezza che mi costringe a risparmiare le forze, a reprimere gli slanci, a riposare, a ripararmi dal sole, e a dormire per ore.
non credere sia facile prendersi cura di loro. è pesante, mi dà molte preoccupazioni, non è per niente una cosa piacevole, è un dovere, al quale non ci si può sottrarre, anche se si è molto impegnati con la propria vita.
sono stato da loro, ora che sono anziani, passo spesso a trovarli, hanno solo me
mi chiedo quando ci sarà anche lei come sarà, se riuscirà a portare un equilibrio, o se invece lo stravolgerà definitivamente, se sarà felice con noi o se la mia malinconia riuscirà a procurare anche in lei una ferita sottile e profonda.
mi chiedo se quando sarà anche lui con noi si placherà quest’ansia che mi sveglia la notte e che di giorno rende tutto trasparente, se riempirà quel vuoto dentro, se sarà felice con me, e con noi, o se questa mia malinconia riuscirà a procurare anche in lui una ferita sottile sempre più profonda.
Il posto è incantevole,ti piacerebbe sicuramente.cari saluti [ingoiata,nel ventre di una conchiglia]
riusciamo finalmente a lasciare A. l’arrivo sull’isola non è stato entusiasmante, forse per la stanchezza e i crampi, sicuramente anche per un'altra ora e mezza di tragitto in macchina lungo una strada tortuosa di montagna e costa. il profumo denso di umidità della salsedine. il timore che si aggiungano delle spiacevoli sorprese. arriviamo in un posto meraviglioso, immersi in una macchia fresca di verde, con grappoli d’uva matura, nera e bianca, fino sotto alla porta di casa, la vista diretta sulla spiaggia a pochi metri sotto di noi, e il rumore del mare che sembra in burrasca, mentre invece le onde che si infrangono sulla riva sono corte e innocue. dall’altra parte dell’insenatura il paese di poche case bianche a picco sul mare che di sera si illuminano; sullo sfondo un’eco lontana e sommessa di cani che abbaiano, soffocata dal rumore prepotente delle onde.
appena arrivata ho spalancato il balcone e mi sono addormentata sognando un mare inavvicinabile, violento e profondo, dalle correnti ghiacciate e pericolose. in altre circostanze avrei dimenticato la stanchezza, anzi mi avrebbe guidata verso un piacere più intenso, mi sarei tuffata senza esitazione nell’acqua calma del mare del mattino e mi sarei poi addormentata sulla sabbia ancora fredda sotto ai raggi pallidi di un sole che nasce.
l'alba dietro alle montagne alle nostre spalle e il tramonto di poco dietro al promontorio davanti a noi. ecco questa è una delle sorprese che avviliscono il mio entusiasmo.
la stranissima sensazione di essermi materializzata nell’unica immagine che avevo visto di questo luogo, e di averla animata estendendo il campo sensoriale oltre ai suoi confini.
p.s.: questa è l’ultima che ti mando. così potrai immaginare cosa vedo al mio risveglio, quando mangio, quando scrivo, quando leggo, quando [ti] penso, tornando indietro nel tempo.
Il desiderio di godermi ognuno di loro, intensamente, eppure incapace a convivere. recupero abilmente ogni brandello prima che si sgretoli il tutto, definitivamente, a fatica e insicura.
A ha sognato di nuovo quell’uomo che incontra solo nei sogni, che la conosce profondamente mentre lei non sa chi sia, che la rassicura e la conforta nascondendosi dietro al volto di chi lei invece crede di conoscere bene, una sorta d’inganno (di cui si accorge solo al risveglio) per riuscire ad avvicinarla e per scrutare nel suo essere e nella sua intimità, per vederla felice.
arrampicati nel punto più alto. una distesa di cemento che dà ancora più risalto a ciò che resta di un passato grandioso.
inchiodata qui, in una città che non vedo l’ora di lasciare.
A ha mostrato a M tutte le sue cicatrici, e sono molte. questa cosa lo ha impressionato e gli è anche molto piaciuta.
una corsa contro al tempo a 180 km/h, la sensazione di uno schianto e un incidente scampato solo per averci preceduto di pochi minuti. la desolazione di un porto, l’attracco vuoto, e nessuna traccia della partenza di una nave carica di gente, inghiottita velocemente e in silenzio dal buio della notte.
non mi hai mai detto nulla in tutti questi mesi. loro lo sanno?
forse dovresti dirlo a G che prepari P.
no, forse è meglio se non dici nulla.
bloccati per chissà quanti giorni in questa città dove il passato e il presente non si amalgamano, dove la loro linea di separazione è netta, come succede per due estremi.
p.s.: non scrivo mai cartoline, eppure oggi è stato uno dei primi pensieri.