venerdì 30 aprile 2010
30.04.2010
(ha guardato M)
non è più tempo ora [?]
le mie due sono già all’università
(si è chinato su di me e ha sussurrato nel mio orecchio, perché nessun altro potesse sentire)
pensi, si è fidanzata con un comunista!
(poi si è riaddrizzato e con tono normale ha proseguito)
lei è una molto impegnata socialmente, che si applica nello studio, fa mille cose ed è molto brava, … è una molto ambiziosa, e lui invece è un fannullone, non fa nulla tutto il giorno, filosofeggia! ma con la filosofia non si campa
devo andare, è stato un piacere, la saluto
ho sempre avuto un debole per gli uomini che sanno filosofare
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anna baldi
venerdì 30 aprile 2010 alle ore 21:17
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giovedì 29 aprile 2010
29.04.2010
sull’autostrada dopo la quinta volta che venivo clacsonata (a volte con accompagnamento dei lampeggianti) ho pensato bene di rallentare e fermarmi alla prima stazione di rifornimento. prima di potermi fermare ho immaginato diverse ipotesi: un pneumatico in procinto di sgonfiarsi, le luci non funzionanti, qualche sportello aperto, un’avaria del sistema elettrico di bordo. però non ho trovato nulla fuori posto. poco dopo avere ripreso la marcia di nuovo una clacsonata.
all’imbrunire, sulla strada del ritorno, dopo essermi immessa nell’autostrada, nuovamente una clacsonata, questa volta una sola però.
mai successa prima d’ora una situazione simile. la cosa strana è che erano tutti camionisti. voglio pensare ad uno scherzo simpatico
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anna baldi
giovedì 29 aprile 2010 alle ore 21:55
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mercoledì 28 aprile 2010
27.04.2010
precipitata ingoiata fagocitata inerme
questa notte sono riuscita a sognare, C e F.
C stranamente non è stato spigoloso come i suoi pensieri, ma per una volta era nei modi morbido come i suoi tratti.
abbiamo visitato un nuovo quartiere direzionale addossato ad un dirupo a picco sul mare. l’unica vista possibile: quella a volo d’uccello dalla città storica, siciliana; il prospetto d’insieme solo dal mare, in lontananza o su una perfetta riproduzione fotografica di cui C era in possesso (e della quale si vantava dopo averla srotolata come una tenda). ai piedi del dirupo un grattacielo di vetro per gli uffici direzionali della regione, e subito sopra un quartiere di edifici di 4-5 piani lungo strade strettissime e tortuose ricoperte di uno strato profondo di ciottoli di diverse dimensioni, anche grandi, come il letto asciutto di un fiume, non asfaltate per non deturpare il paesaggio. passaggi troppo stretti per riuscire ad avere una visione d’insieme, gli edifici visibili solo da distanze molto ravvicinate, dal basso, con una prospettiva troppo accentuata e avvilente. un quartiere deserto, di facciata, come i paesi arroccati nel meridione d’Italia in estate, nelle ore in cui il sole è zenitale; costruzioni in ogni stile, impeccabili. anche una villa eseguita nello stile neogotico dei paesi nordici, con un secondo piano in gotico veneziano con due predominanti finestre famose perché già riprodotte in molte recensioni. C e F con tono critico mi hanno notare come sia scorretto estrapolare il dettaglio dal contesto perché ciò falsifica quello che è l’impatto generale. poi ad un incrocio ad Y di nuovo il buio.
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anna baldi
mercoledì 28 aprile 2010 alle ore 16:26
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lunedì 26 aprile 2010
26.04.2010
il malessere che atrofizza il pensiero, che anestetizza i sensi e ne amplifica all'eccesso la percezione, entrambe condizioni che affliggono; il malessere che dirotta qualsiasi piccolo spiraglio. il desiderio di morire, purché sia finita, e il realtà quella voglia di morire coincide con il desiderio di rinascere, di cambiare pelle per una forma rinnovata e di ricominciare da zero. Il malessere che facilmente si dimentica e che quando si ripresenta vi è la meraviglia per la facilità con la quale sia stato dimenticato, nonostante la sua insostenibilità. non puoi sapere di questa tensione che cresce dentro, che annienta la persona, che la svuota e la riempie insieme.
solo un qualcosa di meraviglioso può riscattare questo stato di sdoppiamento dell’essere, sofferto e doloroso, perché se ciò non fosse assumerebbe una dimensione mostruosa e crudele
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anna baldi
lunedì 26 aprile 2010 alle ore 22:21
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sabato 24 aprile 2010
24.04.2010
voglio credere fermamente all’approssimazione della conoscenza, all’eccezione che smentisce la regola e smaschera la mediocrità, alla meravigliosa perfezione nella natura, a ciò che tu dici impossibile.
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anna baldi
sabato 24 aprile 2010 alle ore 22:12
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giovedì 22 aprile 2010
22.04.2010
la percezione che cambia: disorientamento, perdita di misura, malessere diffuso
gli stessi disorientamento e sensazione di nausea provocati dalla pavimentazione irregolare e storta, discorde dal senso di marcia imposto da una geometria severamente rigida, nel basamento del museo di libeskind a berlino
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anna baldi
giovedì 22 aprile 2010 alle ore 21:42
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mercoledì 21 aprile 2010
21.04.2010
non è che il tempo non mi appartenga, perché altrimenti non potrei dartelo
è che il tempo che ti dono si porta via una parte di me, quella che non si realizza, e che non potrò ritrovare
un dono fine a se stesso che sta creando un vuoto dentro di me, e anche fuori, mi sto chiudendo a riccio
adesso credo di avere bisogno di aiuto
una volta ho letto che chi pensa quando pensa, come anche l’architetto quando costruisce, non subiscono un’alterazione perché esercitare la conoscenza porta alla crescita che non è un’alterazione bensì la realizzazione di se stessi
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anna baldi
mercoledì 21 aprile 2010 alle ore 19:25
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martedì 20 aprile 2010
20.04.2010
00:11
inadeguata, perché nell’essenziale con le mani legate. confusa da una determinazione radicata e irrazionale, da una convinzione in contraddizione, dal desiderio, da una irrevocabile responsabilità, forse dalla volontà nascosta mio malgrado di sottrarmi a me stessa.
credo di stare bruciando un tempo che dovrebbe appartenermi.
11:00
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anna baldi
martedì 20 aprile 2010 alle ore 00:12
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lunedì 19 aprile 2010
19.04.2010
oggi ho lavorato all’aperto. ho portato con me disegni da leggere, sono entrata in ogni progetto creando ogni volta nella mente una loro sintesi spaziale all’interno della quale potermi muovere. quello che mi pesava come un esercizio noioso mi ha coinvolto come un gioco
le scelte più felici sono quelle che azzardano
museo orto botanico: mi sarebbe piaciuto trovare una pianta non in vaso, ma direttamente a terra interrompendo la pavimentazione
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anna baldi
lunedì 19 aprile 2010 alle ore 22:19
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domenica 18 aprile 2010
18.04.2010
il pensiero che mi accompagna da qualche giorno
perché la citazione nel proprio lavoro? una citazione è il rimando a qualcosa di altro dal contesto nel quale viene fatta.
perché non invece una rielaborazione personale di ciò che piace e si apprezza, andando oltre alla riconoscibilità della citazione, cogliendo dell’atto la potenza per darle una forma propria, esprimendo quindi una propria posizione?
perché mescolare al proprio linguaggio quegli elementi della poetica di altri, sradicandoli dal loro contesto originale, che comprende in senso stretto soprattutto quello della ricerca di colui che ha dato loro forma, per inserirli, mantenendo la loro perfetta riconoscibilità, in altro contesto temporalmente e spazialmente diverso nel quale non sono stati generati?
(non parlo di quegli elementi propri di una cultura di un luogo e di un tempo, di quei caratteri anonimi intrisi di saggezza che permettono la continuità nel tempo di un’identità culturale, ma di quelli specifici di uomini che attraverso la ricerca di una propria identità e di risposte proprie riguardo a questioni sull’essere hanno lasciato dei segni personali inconfondibili)
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anna baldi
domenica 18 aprile 2010 alle ore 23:09
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sabato 17 aprile 2010
17.04.2010
ti stai appropriando di me, dei miei pensieri, delle mie forze
voglio tenere gli occhi chiusi per non riaprirli più
in prigionia, di me stessa
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anna baldi
sabato 17 aprile 2010 alle ore 21:47
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venerdì 16 aprile 2010
16.04.2010
era stato il suo modo di dire ad accendere un dubbio, a farle credere che volesse dire altro, ma C non poteva immaginare che si trattasse di un effetto enorme, che sarebbe durato per sempre.
A si era appropriato di una parte di C, che evidentemente non le apparteneva più perché lei non aveva l’impressione che le mancasse. eppure era curiosa, voleva che A gliela facesse conoscere.
voleva quel senso di estraneità, per riuscire a riconoscere quel vuoto che aveva in qualche modo riempito di sè. come se la divisibilità dell’anima fosse possibile, anche per l’uomo, non solo per le piante.
non sempre vedere è sufficiente, per quanto ambigue e più imprecise delle immagini ci può essere bisogno delle parole, di quelle che sappiano cogliere la profondità dei silenzi. queste però a loro volta possono avere bisogno di tempo.
che sia una stessa identica cosa a legare due persone è molto difficile, per la specificità di ognuno, è una probabilità infinitamente piccola se si applica il concetto di combinazione. C è uscita allo scoperto, con onestà, e questa sua onesta l’ha ripagata di una sorpresa inimmaginabile, una perfetta coincidenza, che le ha rubato un bacio.
*
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anna baldi
venerdì 16 aprile 2010 alle ore 20:41
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giovedì 15 aprile 2010
15.04.2010
l’esagerazione opprime la sensibilità e la poeticità delle azioni, la loro veridicità. eppure Giulia esiste, è capace di dimenticare presto la privazione subita della sua dignità, e nell’entusiasmo sa essere sfrontata e ridere di chi ancora soffre e a fatica riscopre la propria umanità. anche quando ripulisce le ultime briciole di pane nell’esuberanza fa sfuggire l’intensità e la drammaticità che questo gesto può avere. alcuni dettagli, come i fiori di campo, li avrei preferiti più modesti, meno evidenti, meno teatrali. non ho potuto fare a meno di paragonarmi a lei, diametralmente opposta, per il mio essere silenzioso e solitario. a darle un tono delicato e intimo, profondamente toccante e commovente, è stata la morte di Ivan, con il quale avrebbe voluto vivere ovunque, perché ovunque lui l'avrebbe resa felice.
[la ballata delle alpi]
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anna baldi
giovedì 15 aprile 2010 alle ore 23:44
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mercoledì 14 aprile 2010
14.04.2010
la tua voce che mi rincorre
un immagine che non può ferire, e che mi rende felice
ci sono novità?
il tuo modo discreto di chiedere, la tua voglia di sapere
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anna baldi
mercoledì 14 aprile 2010 alle ore 22:40
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martedì 13 aprile 2010
13.04.2010
l’antenna televisiva russa, Ostankinskaya telebashnya, aveva in cima un ristorante rotante al quale potevano accedere solo persone privilegiate come diplomatici, politici, o ospiti del regime di un certo prestigio e rango. bisognava prenotare con un grande anticipo, perché aveva una capienza ridotta. si trattava di un anello vetrato lungo il cui perimetro erano posizionati pochi tavoli, forse sei, forse otto.
ero molto eccitata all’idea di una pranzo in un ristorante rotante sospeso nel vuoto.
tanto che lungo il tragitto in macchina non parlavo più sperando che così facendo avrei aiutato ad accelerare i tempi; nella mia mente non vedevo l’ora di arrivare, pensavo solo a quello, intensamente.
la prima sensazione mozzafiato è stata la salita in ascensore, interminabile, accompagnata da rumori metallici paurosi (avevo già visto l’inferno di cristallo). quell’anello illuminato che spiccava nel buio della notte sembrava dai piedi dell’antenna piccolissimo, ma una volta raggiunto ha acquisito una dimensione reale, per quanto non grande e stupefacente come lo avevo immaginato. la moquette felpava tutti i rumori e sottovoce abbiamo preso posto cercando di non disturbare gli altri ospiti che già pranzavano. un pranzo mediocre, come tutti quelli serviti nei ristoranti russi di allora, per quanto riservati ad una clientela esclusiva, un menù fisso con tabbacà. gli unici eventi culinari russi che gradivo erano i buffet imbanditi durante le pause degli spettacoli presso il Bol'šoj e il Cremlyovski, tavolate con tartine di ogni genere che permettevano finalmente una scelta, perfino quelle tra caviale rosso, nero e grigio altrimenti introvabile (non per noi diplomatici che compravamo al berioshka; quello rosso lo scartavo sempre, per le uova troppo grandi di cui con disgusto sentivo scoppiare la pellicola esterna sotto la pressione della lingua contro il palato), sulle quali si riversavano tutti gli spettatori, gente comune, il teatro come il cinema. andare a teatro era una festa, una piena armonia, scenografie, costumi, musiche, coreografie, interpreti, tutto stupefacente e sfarzoso, un evento che culminava poi in quei buffet nei foyer illuminati e imbanditi a festa.
come la cena anche la rotazione del ristorante è stata una delusione, un movimento impercettibile. credo che compisse un giro all’ora, un decimo di grado al secondo. mangiare nella carrozza ristorante o dormire nei treni d'epoca della transiberiana era stata da un punto di vista dinamico del paesaggio senz’altro un’esperienza più forte ed affascinante.
quella sera durante la cena a colpirmi non era stata la rotazione ma l’oscillazione del tutto inaspettata della sottile ed altissima antenna. un oscillazione paurosa, e perfettamente percepibile, dovuta alla forza dei venti, di cui ho trovato una spiegazione matematica molti anni dopo, in scienza delle costruzioni mentre affrontavamo le strutture dei grattacieli.
e sempre molti anni dopo ho ritrovato anche un’antenna televisiva simile a quella moscovita, ma molto più bassa e meno impressionante, quasi ridicola, quella dell’Alexander Platz di Berlino. non mi sono mai interessata di sapere se avesse in cima un anello rotante [e devo ammettere che in generale, ritenendola una brutta copia, l’ho alquanto ignorata]
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anna baldi
martedì 13 aprile 2010 alle ore 17:54
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martedì 13 aprile 2010
12.04.2010
N mi ha chiamata. mi ha detto di non parlare, e di ascoltare senza interrompere perché doveva dirmi qualcosa.
la sua voce preoccupata, il tono agitato, ho capito che si trattava di qualcosa di molto importante e ho ascoltato in silenzio.
mi ha chiesto aiuto,
aveva bisogno di sentire se lo avrei dato - aveva bisogno di sapere che lo avrei dato,
in qualsiasi momento
quell’aiuto che non può veramente aiutare ma che ha valore nel suo potenziale essere
sui muri, in corrispondenza delle aperture di passaggio e sotto uno spessore formato dalla sovrapposizione nel tempo di diversi strati di pittura, erano ancora percepibili le impronte delle mani che avevano dato loro forma
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anna baldi
martedì 13 aprile 2010 alle ore 09:41
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domenica 11 aprile 2010
11.04.2010
il tempo che brucia, un blocco.
troppi arretrati.
ho ritrovato K, non abbastanza in tempo per rivedere anche suo padre. M ha deciso di vendere la loro casa rustica con struttura in legno a vista e con soffitti bassi che contribuivano all'atmosfera calda ed accogliente degli ambienti, circondata da un bosco meraviglioso. con K d’estate ci eravamo inoltrate oltre i limiti della proprietà, raggiungendo una zona verde senza alberi con una villa signorile disabitata, forse dell’inizio del 900, con portico. ci siamo addentrate nelle stanze piene di polvere nelle quali filtrava una debole luce proveniente dalle persiane rovinate e mezze cadenti, e in un baule abbiamo trovato pizzi e merletti d’epoca. entrambe non eravamo tranquille e avevamo paura. non ci siamo più tornate e non ne abbiamo più parlato.
F, allora segretamente l'uomo che da grande avrei voluto trovare anche io per me.
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anna baldi
domenica 11 aprile 2010 alle ore 23:24
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sabato 10 aprile 2010
10.04.2010
un susseguirsi di strade e palazzi senza armonia, grigi e presuntuosi. la gente di fretta, diffidente, silenziosa. improvvisamente panico. la paura di non farcela. tutto di nuovo così difficile. sotto casa ho incrociato E che mi ha salutato con un sorriso bellissimo che ha sciolto ogni mio timore, finalmente sollevata e profondamente felice di essere di nuovo a casa.
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anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:48
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sabato 10 aprile 2010
09.04.2010
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| il cielo, anche dentro di me |
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i sensi [in quanto tali] non mentono mai
il pensiero, per immagini e sensazioni
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anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:46
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sabato 10 aprile 2010
08.04.2010
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| la continuità |
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ho voluto dare un volto a un pensiero che mi ha accompagnata in questi giorni
il pensiero sulla continuità, quella tra ma e te
un filo rosso, sottile, come un respiro
l’indivisibile e il divisibile insieme
la signora anziana non c’è più. è mancata tre anni fa. è stato il figlio questa volta a donarci le nespole del suo giardino, affinché conservassimo un ricordo piacevole della sua terra. un uomo di corporatura non molto grande, con un piacevole viso regolare dalla carnagione colorata dal sole, delle labbra carnose sorridenti e degli occhi bellissimi, un verde scuro venato di oro. una casa rurale su un unico piano, grande e a forma di L, con tre porte sul lato principale del giardino. è entrato dal retro per prendere un sacchetto ed è riuscito inaspettatamente dalla stessa porta (una delle tre, ma non la principale) dalla quale era uscita anche la madre nell’unica volta in cui l’avevamo vista e conosciuta. mi ha fatto una sensazione strana, come quando si riprende il racconto dopo una breve interruzione, ripetendo l’ultima scena, dopo avere provveduto alla sostituzione a sorpresa di un interprete - la ripetizione, una sovrapposizione per ricucire la discontinuità interpretativa. le ha scelte con cura una ad una, tra le più belle e le più dolci staccandole dai rami senza esitazione con delle mani forti ed esili. una cordialità spontanea e sincera come quella della madre.
S ha indossato la sua nuova t-shirt ed improvvisamente è riuscita a spiegarsi quel senso di familiarità che aveva provato nel vederla, tanto che le era così piaciuta da volerla comprare senza esitazione. deve essere quasi sicuramente la stessa che ha già visto indossare da un suo compagno di classe.
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anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:45
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sabato 10 aprile 2010
07.04.2010
un vento impetuoso, in controluce le nubi nere e il cielo luminoso, il mare in tempesta.
il freddo e la gioia della solitudine in compagnia.
un cielo stellato fitto, una sovrapposizione infinita di strati, una rete magnifica per la varietà luminosa di grandi e piccoli punti splendenti. lo stesso cielo di cipro.
qualche anno fa un rientro dall’altro capo dell’isola simile a quello di stasera, in bici nel buio profondo con il vento a raffica in direzione contraria. la pioggia di allora aveva risvegliato un’infinità di lumache che avevano formato sulla strada un fitto [e rumoroso] tappeto. questa immagine ha risvegliato quella ancora più lontana dei granchi che si riversano la notte sulla spiaggia di tourtle beach; quando improvvisamente un topolino bianco ha attraversato la strada a tutta velocità venendo verso di me. ho sperato che il mio urlo lo avrebbe dissuaso e invece ha proseguito senza esitazione per la macchina che proveniva dal senso opposto. se avessi frenato si sarebbe schiantato contro la mia bici, mentre così è riuscito per un pelo a passare incolume esattamente nello spazio tra le mie due ruote in movimento. un’altra immagine nella mia mente, anche questa come le altre con una sensazione di orrore: io in bici sulla piazza del duomo invasa dal sole e coperta di piccioni. contenta che il topolino sia stato così agile e fortunato, e anche della mia capacità nel convincermi in una frazione di secondo che doveva sicuramente sapere cosa stava facendo.
mi manca la confusione della città. il suo senso raccolto.
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anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:43
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sabato 10 aprile 2010
06.04.2010
con le tue carezze però mi ritrovo sempre.
(i sensi di cui a lungo ho diffidato credendo alla loro illusorietà per la loro dimensione solo nel presente, senza perspettiva, prediligendo l’intelletto, più cauto, capace di cogliere l’errore e di correggerlo)
sembra che il contatto almeno non menta mai.
come è facile renderti felice
ti dono ciò che desideri e che potresti desiderare
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anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:41
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sabato 10 aprile 2010
05.04.2010
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| no hay luz sin dia |
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mi sono alzata presto per vedere l’alba. ero preoccupata di non riuscire a capire da quale punto il sole sarebbe spuntato fuori dall’acqua. quando tutto ad un tratto una zona all’orizzonte si è illuminata di una luce viva differenziandosi dal resto del chiarore, e non ho più avuto dubbi sul punto in cui a breve lo avrei visto spuntare.
ieri invece durante il tramonto sono riuscita per la prima volta a percepire, grazie alla presenza di un palo della luce che gli stava giusto davanti, anche il suo movimento traslato verso nord.
ero convinta che oggi sarebbe stata la giornata più calda di tutte, e invece il cielo verso l’una ha iniziato a coprirsi di nuvole sempre più spesse. Mi sono impigrita e non ho più avuto la forza di proseguire nella passeggiata che avevamo in programma. ci siamo rifugiati nel nostro bar abituale, sulla piazza, a bere spremute e a mangiare croissants, quelli buoni che piacciono a noi. prima però ho comperato due vestiti di seta, uno blu turchese e uno oro pallido con un leggero riflesso rosa, anche questi indiani e anche di questi alla ricerca da qualche anno. e probabilmente (come il bracciale) li metterò con grande difficoltà, troppo trasparenti e appariscenti con spacchi e campanellini. trovo difficilmente dei capi d’abbigliamento che mi piacciano e quando questo succede è facile che li compri doppi, di colore differente. li ho presi per il taglio delle maniche, abbondante come quello dei costumi gitani.
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anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:37
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sabato 10 aprile 2010
04.04.2010
la continuità non è nelle persone, ma in ciò che le persone fanno.
mi sono svegliata, con la piacevole sensazione di essermi liberata di qualcuno, di essere riuscita a mettere insieme tutti i pensieri, le parole e le forze per riuscire ad alleggerire la mia anima da un peso opprimente e di avere riconquistato un senso di giustizia. di nuovo distante e indifferente. come dopo una notte con la febbre alta che sparisce improvvisamente al mattino, quando ci si risveglia.
mi sono liberata di quel qualcuno di cui tu invece non puoi fare a meno, per un legame forte dettato da un senso di colpa reciproco.
sulla spiaggia tra me e S un gruppo di ragazzi che appena l’hanno vista arrivare sono rimasti a bocca aperta e hanno fatto commenti di apprezzamento che lei non poteva sentire; S non si è accorta di nulla, facendo risaltare ancora di più la sua bellezza.
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anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:36
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sabato 10 aprile 2010
03.04.2010
La cosa più belle di oggi
M che si immedesima in uno dei sette nani che guida gli altri sei immaginari, con canna in spalla e la canzone aiho a ruota, P che non è uno dei sette nani come crede M, ma un esploratore coraggioso che si spaventa alla vista di due scarafaggi rotondi e goffi , ma anche molto distinti nei loro panciotti neri attillati, Pe che aiuta ad intonare la canzone perenne e intanto vigila che il M non precipiti giù per qualche dirupo o inciampi per l’ennesima volta cadendo disteso su qualche rovo, io che mentre li seguo allargo il percorso per cercare di raccogliere asparagi selvaggi per la cena, ce ne sono dappertutto, che mi allontanerebbero sempre più se non sentissi le loro voci che mi richiamano (sono sempre io che mi stacco, che mi lascio distrarre, che allungo la strada), S invece che non ne vuole sapere di seguirci e ascolta sulla terrazza la musica con le cuffie.
e anche
il cielo turbato dalle nuvole che si specchia sulle distese appena increspate d’acqua, lungo tutto il percorso
e ancora
in lontananza una casa bianca isolata
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anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:33
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sabato 10 aprile 2010
02.04.2010
la continuità non è nelle persone. ma in qualcosa che colma la distanza che le separa, un qualcosa di diverso da loro, un mezzo che facilita e crea un contatto, che brucia le separazioni e i tempi.
supero la discontinuità tra me e te con ciò che faccio, per te e con te, con ciò che ti dono, e con ciò che ti appartiene di cui mi approprio. sconfino oltre quella nostra diversità nei luoghi e nei modi in cui ti sento vicino e che mi parlano di te, insinuandomi nelle tracce che lasci perché si confondano con le mie, inebriandomi del tuo profumo su di me, o anche, inebriandomi del mio profumo di te.
so già che il tempo non passerà mai, eppure volerà
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anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:30
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sabato 10 aprile 2010
01.04.2010
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| una casa e una palma |
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la continuità. se non fosse per una questione biologica, per il sangue che si infonde e confonde, mi riesce difficile da com-prendere (anche in tedesco be-greifen ha mantenuto il verbo prendere, che trova origine nella scuola classica di pensiero secondo cui la comprensione e la conoscenza avvengano principalmente tramite il senso del tatto). la sensazione di estraneità diventa quasi insopportabile nella trasformazione veloce del corpo gravido, una sorta di espropriazione di un bene da parte di un entità imprecisa che pure detta legge, e inesorabile si fa spazio, comodamente senza sconti, un’obbligatorietà alla convivenza lunga e alla fine quasi interminabile. e poi quando viene al mondo la voglia timida e ingorda di imparare a conoscersi e a capirsi. Il tempo del recupero è quello durante il quale con grande e paziente fatica ci si riappropria di sé, delle proprie forze, delle proprie forme, dei propri sapori, e anche di tante nuove, vecchie, grandi e piccole libertà.
per il resto quando si viene al mondo non si è chi ti ha generato e neanche chi tu genererai, nelle azioni e nella volontà si è degli esseri conclusi ben precisi, e guai se così non fosse. se si ha fortuna, ci si aggrappa con gioia alla vita, poco importa quanto questa gioia sia esile e vulnerabile; ci si aggrappa alla vita se si riesce a darle un senso, profondo, ma anche superficiale, basta che appaghi (B è contenta di andare a lezione di patentino, tanto che le brillano gli occhi quando lo racconta, e lo racconta ogni volta, tra poco compie 16 anni e una volta fatto il patentino al mattino potrà andare a scuola in motorino; e prima ancora che ciò si avveri è già impaziente per i suoi 18 perché allora i suoi le regaleranno una moto ancora più grande). quando ci si attacca alla vita il senso di gratitudine verso i propri genitori è il loro anello di congiunzione, ma la gratitudine in sé sottolinea ancora di più quella discontinuità profonda, quella condizione di difetto di cui ci si vorrebbe sdebitare. e poi i fratelli a volte proprio non si reggono, anche questa una convivenza obbligata, e i genitori ancora di meno perché come tutte le persone che amano è facile che non si accorgano che il loro amore ti vorrebbe avere senza ali
da qualche settimana M ha scoperto la parola ciao, una parola magica, perché quando la dice chiunque gli risponde con un sorriso meraviglioso. sulla strada sterrata oggi l’ho detta anch’io a chiunque passasse, per vedere la gioia dei loro sorrisi e del loro sguardo, e per sentirmi a casa.
e tutto questo dopo una giornata difficile, dal nervosismo diffuso (una crisi di isteria di un 83enne che si è sfogato a più riprese con il personale d’imbarco minacciando di richiedere l’intervento della polizia, e poi, durante il volo, quella di un’invalida per problemi di reni che improvvisamente si è messa urlare accusando il suo vicino di minacciarla di morte; due situazioni inverosimili; entrambi insopportabili; hanno sfogato con rabbia il loro disagio come se da tempo nessuno volesse più ascoltarli), in generale una disarmonia troppo faticosa, la voglia di silenzio e di calma, che finalmente ora si sono appropriati di ogni angolo buio.
sulle dune a vedere Il tramonto nel mare. una casa su una lingua di terra da dove si può ammirare l’aurora che spunta dal mare e il tramonto che vi ci si tuffa.
e tu sai che non è verosimile che io abbia smesso di scriverti
postato da
anna baldi
sabato 10 aprile 2010 alle ore 22:24
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